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Politica estera «lezioni» craxiane 20 anni dopo

Bettino Craxi (1934-2000), di cui il prossimo 19 gennaio ricorre il ventesimo anniversario della scomparsa, era uno tra i pochissimi visi sanguigni in una nazione affollata di moltissimi visi pallidi

Politica estera «lezioni» craxiane 20 anni dopo

Pochi pezzi da novanta, come Bettino Craxi (1934-2000), di cui il prossimo 19 gennaio ricorre il ventesimo anniversario della scomparsa, hanno spaccato in due o in quattro il Belpaese, anche o soprattutto a causa del ciclone giudiziario che ne segnò la fine. Ma amici e nemici, alleati e avversari del capo dei socialisti italiani su un fatto erano (e ancora sono) d’accordo: Craxi era uno tra i pochissimi visi sanguigni in una nazione affollata di moltissimi visi pallidi. Il che si vide, innanzitutto, sul terreno più delicato e insidioso per uno Stato: la politica estera.
Non sappiamo se il film del regista Gianni Amelio dal titolo Hammamet, da oggi nelle sale, contenga flash retrospettivi sul ruolo di Craxi nella scena internazionale.

Sappiamo, però, che il libro di Fabio Martini, profondo analista politico de La Stampa, dal titolo Controvento, da oggi in libreria per i tipi di Rubbettino, racconta un Craxi a tutto tondo, con pagine inedite sia per la storia nazionale sia per la narrazione globale. Martini ripercorre il tragitto di un Craxi sempre protagonista e quasi mai comprimario o subalterno, il che, indubbiamente, procurò alla buonanima più inimicizie che amicizie, più trappole che scappatoie.
Ora. Se c’era una materia in cui anche gli anticraxiani più irriducibili attribuivano al Principe del Psi meriti e lungimiranza, abilità manovriera e senso dello Stato, questa era la politica estera. Non a caso, oggi, anche la pubblicistica più indulgente nei confronti dell’attuale classe di governo non può fare a meno di rilevare il divario di peso politico internazionale tra la stagione craxiana e l’era dei populismi-sovranismi in atto. Le differenze balzano sùbito agli occhi, né hanno bisogno di esegeti particolari per essere sottolineate.

Craxi era filo-occidentale, filo-europeo e filo-tedesco. Era così filo-occidentale, filo-europeo e filo-tedesco, che quando il cancelliere teutonico Helmut Schmidt (1918-2015), forzando la volontà degli incerti americani, propose ai partner europei di schierare i missili Pershing e Cruise in Europa per fronteggiare gli SS 20 sovietici puntati contro il Vecchio Continente, lui, Craxi, non se lo fece ripetere due volte, meritandosi definitivamente l’appellativo di «tedesco» che già gli era stato cucito addosso all’interno del suo partito.
Il sì di Craxi (1979) agli euromissili, oltre a soddisfare l’allora presidente del Consiglio Francesco Cossiga (1928-2010), fu determinante per la decisione degli altri soci europei e, di conseguenza, per l’inizio della fine dell’impero sovietico, impossibilitato a sostenere la competizione con l’America e l’Occidente anche sul piano militare.

Ma essere leali con gli Usa non voleva dire, nella testa di Craxi, esser loro supini a oltranza, anche perché gli interessi di una grande e piccola potenza, alleate fra loro, non sempre possono convergere in ogni istante e in ogni luogo, a prescindere. Non foss’altro perché a nessuna nazione, e a nessun essere umano, viene di solito concesso il privilegio di potersi scegliere il proprio vicino di casa. Un conto è essere protetti da due oceani. Un conto è affacciarsi su un mare, come il Mediterraneo, su cui si riversano 25 stati, molti tra i quali con il coltello tra i denti e con miscele espolosive, di ogni tipo, al seguito.
Deriva da questa oggettiva constatazione il realismo politico di Craxi, peraltro non dissimile dal lavoro di tessitura già avviato nel Mediterraneo da Aldo Moro (1916-1978) negli anni topici del centrosinistra. Anzi. Se ci fu un ministro, o un premier, che si smarcò dalla tradizionale politica filo-atlantica dello Stivale, questi fu, più di tutti, Amintore Fanfani (1908-1999), non Bettino Craxi. Fanfani sì che si atteggiava, su impulso del suo amicone Giorgio La Pira (1904-1977), a terzoforzista (tra Usa e Urss), a filoarabo e, sovente, a terzomondista. Craxi non accompagnò mai l’amicizia con molti dirigenti mediorientali con la freddezza verso gli alleati tradizionali dell’Italia.

Si obietta: e Sigonella? Come spiegare quello scontro (1985) ad alta tensione con il presidente Ronald Reagan (1911-2004) che chiedeva la consegna del capo guerrigliero palestinese Abu Abbas implicato nel sequestro della nave Achille Lauro e nell’uccisione di un passeggero americano che si trovava a bordo?
Bah. Nel giro di pochi giorni l’«incidente» era pressoché archiviato, visto che Reagan riprese sùbito a salutare alla sua maniera l’«amico Bettino». Semmai - ipotizza Martini nel suo libro - fu forse il preavviso (craxiano), al colonnello libico Muammar Gheddafi (1942-2011), del progetto Usa per ucciderlo, a compromettere i rapporti tra i due leader, di Roma e Washington. Ma il no di Craxi alla liquidazione fisica di Gheddafi era più che motivato, come decreteranno gli eventi successivi. Non si elimina un dittatore se, nel Paese da lui soggiogato, non si possiede la soluzione di riserva, cioè il nome di un successore credibile, in grado di scongiurare il prevedibile caos che, abitualmente, dilaga dopo un tirannicidio. In ogni caso, Reagan non manifestò mai riserve nei confronti di Craxi. Anzi. Anche se rimane un caposaldo del retroscenismo nazionale la presunta regia Usa (a mo’ di vendetta per la politica estera italica) dietro i guai giudiziari del condottiero socialista.

Furono altri gli errori di Craxi, di sicuro non in politica estera. La sua linea, specie su Europa e Mediterraneo, dovrebbe rappresentare, tuttora, la bussola della Penisola. Ma, si sa, le idee, quando ci sono, camminano sempre sulle gambe degli uomini. L’assenza di una classe dirigente di livello, come quella degli anni Ottanta non si avverte solo in Italia, ma in tutto il pianeta. Infatti: mai come adesso si parla di guerra. Guerra soft, guerra informatica, guerra ibrida, guerra sovversiva, guerra d’attrito, le aggettivazioni si sprecano. Tutte avvisaglie, speriamo di no, di conflitti assai più tragici e sanguinosi.

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