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Il fantasma di Renzi nella Foresta Umbra

Magari tra le pieghe si nasconde anche la risposta al grande mistero: perché Renzi non era a Narni?

Matteo Renzi

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Angelo Sanza, vecchia volpe della politica italiana e big della balena bianca stile Prima Repubblica, solo pochi giorni fa, dalle pagine della Gazzetta, fu lapidario: sono i due Matteo i veri leader da qui ai prossimi dieci-vent’anni. «Tocca a loro, non vedo altri».
Quel che sta accadendo «nel test-non test» nazionale di Perugia e dintorni ne è la prova plastica. I titoli pesanti sono per loro, i «diversamente» Matteo, con un differenza tra i due non di poco conto. Mentre Salvini, capo indiscusso della Lega e ora benedetto anche dal Cav quale numero uno del centrodestra, tra alterne fortune di partecipazione popolare, sta battendo l’Umbria in lungo e in largo; l’altro, ovvero Renzi, praticamente non c’è.

Eppure il clamore mediatico che Di Maio, Zingaretti, Speranza e Conte - il governo giallorosso al completo, meno uno - volevano sollevare con l’evento di ieri a Narni, è stato sopraffatto dalla «vera» notizia: l’assenza di Italia Viva.
Il voto umbro è delicato assai. Non a caso il premier Conte, che ha mostrato di masticare pane e politica senza alcun complesso d’inferiorità, ha preso le distanze dall’esito. Comunque vada - è la tesi - l’esecutivo non c’entra, insomma solo un voto «locale». Dimenticando però che ci sono tre grandi ragioni che remano contro la sua prudenza. Innanzitutto, può apparire un’ovvietà, e non lo è, sono le prime elezioni a svolgersi dopo il colpo di sole e di mano di Salvini che ad agosto ha portato alla caduta del Conte 1, con le seguenti grandi manovre, la nascita del Conte 2, il Pd e Leu subentrati alla Lega in qualità di partnership del Movimento 5 Stelle. Un evento che ha segnato profondamente la percezione che hanno gli italiani del quadro politico e dei suoi leader. Ed è fuor di dubbio che anche in Umbria gli elettori – consapevolmente o meno – voteranno anche sulla base dei giudizi che si sono fatti di queste vicende.

Del resto, che le vicende della politica nazionale abbiano riflessi evidenti sul voto locale lo dimostrano le tante elezioni regionali che si sono svolte dopo il 4 marzo 2018: Molise, Friuli-Venezia Giulia, Valle d’Aosta, Trentino-Alto Adige, Abruzzo, Sardegna, Basilicata e Piemonte hanno fornito via via la dimostrazione che il centrodestra si stava rafforzando e che l’esperienza del governo gialloverde stava premiando nettamente la Lega di Matteo Salvini a scapito del Movimento 5 Stelle. Insomma, può non piacere a Palazzo Chigi, ma anche questa volta il voto potrebbe essere interpretato come un test sull’esecutivo in carica.
Il secondo motivo: saranno le prime elezioni in assoluto in cui il Movimento 5 Stelle si presenta in coalizione con altre liste e, tra queste c’è il Pd, ossia il principale avversario del M5S fin dalla sua fondazione. Nè può essere sottaciuto il particolare che la governatrice uscente, la dem Catiuscia Marini, è stata costretta a dimettersi dopo essere stata indagata per il cosiddetto scandalo sanità esploso proprio su input dei pentastellati.
Per la prima volta, quindi, sulla scheda elettorale non ci sarà più il tripolarismo che dal 2013 segna tutte le competizioni elettorali italiane, locali e nazionali. Il successo (o il fallimento) di questo esperimento in Umbria potrebbe significare la fine o l’inizio di un nuovo, del tutto inedito schema bipolare.

L’ultimo motivo per cui domenica l’Umbria va guardata con particolare attenzione riguarda la geografia politica già stravolta – più volte – dal 2013 in poi. Fin dal 1948 le Regioni del Centro Italia (in particolare: Emilia-Romagna, Toscana, Marche e Umbria) si sono sempre caratterizzate per il loro essere tendenzialmente molto a sinistra rispetto alla media. Le cosiddette «Regioni rosse» che non hanno mai avuto una giunta in cui il partito di riferimento non fosse il Pci-Pds-Ds-Pd. Ora questa «tradizione» potrebbe avere fine, stando almeno ai risultati elettorali più recenti e ai sondaggi che ancora circolano sotto banco. «Fateglielo vedere voi se l’Umbria conta», ha gridato Matteo Salvini durante il comizio per le regionali dal palco di piazza del Popolo a Todi davanti a poco più di trecento sostenitori, ma forte del particolare che nella città dal 2017 governata da una coalizione di centrodestra, la Lega è passata nel giro di due anni da percentuali sotto allo zero al 47 per cento dei voti ottenuto alle elezioni europee di maggio.

Con questi lunghe premesse in effetti diventa difficile fare previsioni. E ancora più complessa è la ricerca di eventuali ripercussioni, in caso di sconfitta giallorossa, sulla tenuta del governo. Nel caso, Sanza fu pessimista: «Dopo il via libera alla legge di bilancio può cambiare tutto. Soprattutto può cambiare premier». Parole che tornano alla mente, nelle ultime ore, quando l’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio - noto per essere uno che «conosce i fatti» - il leghista Giorgetti, rilancia: «Verosimile La notizia che i (ex Bce) possa prendere il posto di Conte alla presidenza del Consiglio». Magari tra le pieghe si nasconde anche la risposta al grande mistero: perché Renzi non era a Narni?

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