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La minaccia mafiosa sconsiglia benefici di pena

Qualora anche per i mafiosi non dissociati fossero applicati i benefìci, gli sconti di pena sollecitati dalla Corte europea, il numero dei nuovi pentiti precipiterebbe di colpo

La minaccia mafiosa sconsiglia benefici di pena

Che uno Stato degno di questo nome non debba essere animato da propositi di vendetta nei confronti dei responsabili di reati e misfatti vari, è fuori discussione. Che uno Stato debba assegnare una funzione rieducativa alla pena detentiva è altrettanto assodato. Che chi sconta un periodo in prigione può diventare un’altra persona (in meglio) rispetto al passato, è un fenomeno piuttosto frequente. Ma ciò non toglie che gli artefici di delitti efferati, i mandanti e gli esecutori di stragi mafiose, mai pentiti e mai propensi a collaborare con le istituzioni dello Stato, non debbano scontare vita natural durante la loro condanna carceraria.

La mafia non è un’associazione qualsiasi. La mafia si avvicina molto all’idea, alla concezione di uno Stato vero e proprio. Detta legge in un territorio, amministra (a modo suo) la giustizia, dispone di un esercito pronto a sparare. Se avesse la possibilità di stampare moneta, la mafia darebbe vita a uno Stato a tutti gli effetti: il territorio ce l’ha, la spada pure, le manca, appunto, solo il potere di fabbricare banconote riconosciute come tali, valide per ogni operazione commerciale.

Se uno Stato parallelo, o un contro-Stato, gli dichiara guerra - il che fanno da sempre le varie cupole del crimine organizzato -, uno Stato democratico, provvisto di Costituzione e di garanzie di legge, non può fare finta di nulla, o affrontare la sfida come se fosse uno schiaffo tra bambini all’asilo. Il potere mafioso mira a sostituirsi al potere statale, alle sue costruzioni democratiche e civili. Difficile immaginare di poter contrastare uno Stato ora clandestino ora palese, criminale e criminogeno, comunque sempre in guerra, con gli strumenti classici dei codici ordinari. Non a caso, durante i conflitti bellici, gli Stati-Stati, compresi quelli, democratici, più attenti alla tutela della dignità individuale, a volte ricorrono a legislazioni speciali. Proprio perché non sarebbe facile, e possibile, gestire una situazione straordinaria con un ordinamento normativo ordinario.

Giovanni Falcone (1939-1992) e Paolo Borsellino (1940-1992) non erano imbevuti di logiche autoritarie, né erano orfani di cultura giuridica. Anzi.

Però conoscevano, da vicino, la mafia e la mafiosità, meglio di chiunque altro. Infatti si deve a loro la strategia più intelligente per fermare lo stragismo di Cosa Nostra: tolleranza zero contro le belve della Cupola, premi e incentivi per quei pentiti e dissociati disposti a fare rivelazioni importanti sulle gerarchie e sui traffici degli imperi criminali.

Il loro lascito ha prodotto lo smantellamento dell’ala più sanguinaria della mafia. Da una parte la legislazione premiale ha indotto parecchi capi-bastone e picciotti a smarcarsi dall’Organizzazione; dall’altra il carcere duro (41-bis) ha contribuito a demolire la sacralità, il carisma, l’intoccabilità dei super-padrini. Non è un caso che la piovra criminale siciliana in quest’ultimi anni si sia afflosciata alquanto, una volta preso atto che nessun cavillo l’avrebbe mai riportata in libertà o fuori dalle celle (sia pure in detenzione domiciliare). E siccome il prestigio di un boss si misura anche a soprattutto dalla sua abilità nell’aggirare i paletti della legge, la condanna all’ergastolo-ergastolo ha rappresentato per i diretti interessati la fine del loro dominio, e prestigio, nel clan e sul territorio. Se un capomafia non potrà mai tornare a casa o nei suoi covi, nessuno gli presterà l’obbedienza o la devozione di una volta.

Proviamo, invece, a immaginare lo scenario prossimo venturo, qualora anche per i mafiosi non dissociati fossero applicati i benefìci, gli sconti di pena sollecitati dalla Corte europea. Il numero dei nuovi pentiti precipiterebbe di colpo, come un aereo appena raggiunto da un razzo. Il peso dei mega-boss in carcere lieviterebbe sùbito, come una torta nuziale. Insomma, nel giro di poche settimane, lo Stato perderebbe tutto il vantaggio e, soprattutto, l’intero tesoro di conoscenza della galassia criminale, accumulati finora. Si tornerebbe all’era pre-falconiana, quando i mammasantissima facevano il bello e cattivo tempo pure in carcere e quando i pentiti erano così rari che, quando qualcuno decideva di collaborare con la magistratura, veniva preso per pazzo e, di conseguenza, lasciato alla rappresaglia dei boss in carica e in libertà.

In Italia la questione criminale è tutt’altro che risolta. Grazie al sacrificio, anche umano, di Falcone e Borsellino, è stata sconfitta l’ala militare di Cosa Nostra e di altre consorelle. Ma la mafia-mafia fa ancora paura e va sempre alla ricerca di nuovi spazi. Oggi, ad esempio, dopo la ‘ndrangheta calabrese, o addirittura prima di essa per pericolosità sociale, c’è la mafia foggiana, che già, per i suoi legami dinastico-familiari, si è dimostrata impenetrabile, imperforabile dal pentitismo. Figuriamoci se arrivassero i benefit cari all’Europa. Potremmo mai pensare di sradicare le cosche del Tavoliere e del Gargano, rinunciando all’ergastolo-ergastolo, ossia all’unica prospettiva che può spaventare gente che non sfigurerebbe, per ferocia, davanti a soggetti del calibro di Totò Riina (1930-2017) e soci? Bah.

Conclusione. In condizioni di normalità, l’apertura «umanitaria» lanciata dalla giustizia europea, che ieri ha corretto il tiro affidando l’ultima parola ai singoli giudici, sarebbe giusta, opportuna e condivisibile. Ma l’Italia non vive ancora, specie in alcune regioni, in condizioni di normalità, proprio a causa della guerra scatenata da una criminalità sempre più organizzata e sfrontata. Che vogliamo fare: dare l’impressione - così sarebbe percepito - di cedere, di arrenderci al nemico? Del resto, se trattativa ci fu tra Stato e mafia, il punto centrale delle richieste avanzate dai Corleonesi di Riina riguardava l’abolizione dell’ergastolo duro, autentico incubo per gli alti gradi dell’Anti-Stato. Ma lo Stato, a differenza della monaca di Monza, disse no.

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