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Cari giovani del Sud che vi fanno scappare

La sorpresa è che l’emigrazione italiana all’estero sta svuotando più il Centro Nord che il Sud

giovane agricoltore

Una lettera. «Egregio sig. Patruno, ho letto con interesse il suo ultimo articolo sulla “Gazzetta” (“Così tolgono al Mezzogiorno sia i figli che l’anima”, 10 maggio 2019, ndr). Le confesso che, ogni volta che leggo articoli simili, resto sempre un po’ perplesso. Si spopola il Sud, i cervelli in fuga dall’Italia, eccetera. Le racconto la mia esperienza personale: con laurea in ingegneria meccanica vecchio ordinamento, master in ingegneria aerospaziale in America, nel 2003 tornai a Bari: prima 400€ al mese di stipendio in un’azienda locale, poi 900 al mese in una di quelle famose multinazionali il cui nome riempie la bocca, ma non il portafogli (interinale). Dopo due anni di angherie, ho deciso di andarmene al Nord: mai fu fatta scelta migliore.

«Adesso – continua la lettera - vivo fuori, in Cina: pensi che qua un ingegnere che si sia (neo) laureato all’estero prende uno stipendio di 2500€ netti al mese (duemilacinquecento), non 400. Inoltre, ci sono possibilità che in Italia ce le sogniamo non già col binocolo, ma nemmeno con un telescopio. Che dire: che il Sud si spopoli pure, che l’Italia diventi una nazione di straccioni. Questo merita chi ha fatto crescere solo corruzione, clientelismo, mafia, camorra e ‘ndrangheta. Ormai la nazione è al capolinea e la gente non se ne accorge, l’importante è il partitone, la pizza con gli amici, entrare in discoteca senza pagare la consumazione. Mi dica: chi ha voglia di costruire, d’impegnarsi, cosa dovrebbe fare?».
La lettera è firmata da un barese che ha ora 44 anni.

Un paio di settimane fa, al Bifest di Bari, è stato proiettato il film documentario «Rotta contraria» di Stefano Grossi. Racconta il controesodo dall’Italia all’Albania, 28 anni dopo quella nave <Vlora> che con i suoi ventimila a bordo segnò il culmine della grande emigrazione dall’altra sponda verso l’Italia. Ora Lamerica che essi cercavano sta dalla loro parte, dove i nostri giovani vanno per sottrarsi alla perenne precarietà italiana. Senza neanche bisogno del passaporto, benché l’Albania non stia ancòra nell’Unione europea. <Il nostro Paese ci nega il sogno di avere figli>, dice Roberto, 30 anni. <Mi manca la famiglia ma non tornerò indietro>, afferma Ida, 30 anni. «Dopo 48 ore ho ricevuto dieci offerte di lavoro», fa sapere Vincenzo, 29 anni.
L’Italia è ancòra il secondo Paese manifatturiero d’Europa. Ma con energia da importare, senza materie prime e il terzo debito pubblico del mondo, quale il suo capitale maggiore se non quello umano? Proprio quello che viene sempre lodato anche da chi non si raccapezza a capire che strano esemplare di Paese siamo. Proprio quello che viene lasciato andar via come saldo di fine stagione. Mentre si parla di castrazione chimica, ritorno del fascismo, salari minimi e diversivi vari, ma mai di investimenti, unici in grado di creare lavoro. Specie per i giovani, visto che in bilancio si destinano 7 miliardi per i pensionati, 9 per i sussidi di disoccupazione ma non un euro per l’istruzione.
Così nel 2018 se ne sono andati in 120 mila dal Belpaese, e meno male che è bello. Per un terzo laureati, benché l’Italia ne abbia il minor numero in Europa. E benché la sensazione è che esserlo non serva poi granché visto che il merito è valutato meno di un quattro di spada. E che per questo si sono avute 65 mila immatricolazioni in meno negli ultimi 15 anni. Quelli che se ne vanno sono costati più di 40 miliardi per la crescita alle loro famiglie. E 15 miliardi di investimenti pubblici regalati chiavi in mano ai Paesi dove approdano. Ma da noi un paio di giorni fa i precari della ricerca hanno manifestato a Roma con la maschera da invisibili qual sono e la carta d’imbarco in mano. E’ gente da studi sui neutrini o da missioni in Antartide, mica roba da varie ed eventuali.

La sorpresa è che l’emigrazione italiana all’estero sta svuotando più il Centro Nord che il Sud. Perché a svuotare il Sud in un gioco mai a somma zero sono tutte le politiche che considerano un cittadino meridionale meritevole di almeno un trenta per cento di spesa statale in meno rispetto a uno centrosettentrionale. Evidentemente si ritiene che, appunto, valga meno. A cominciare, e siamo in tema, dalle università del Sud. Verso le quali il delitto perfetto della ministra Gelmini è stato ora vieppiù perfezionato dal suo collega Bussetti. Con sette criteri per il finanziamento e per una maggiore autonomia dei quali solo uno è neutrale ma tutti gli altri avvantaggiano le aree ricche.
Quindi a essere meno ricchi si paga due volte, come se fosse una colpa da espiare. Così impari a esser sempre stato trattato peggio. Con i ragazzi meridionali che a loro volta per studiare emigrano in un Nord nel quale trovano sempre meno loro coetanei nel frattempo scappati in Germania, in Inghilterra, in Francia. Quanto al lavoro, meno male che l’Albania è proprio comoda, solo una notte di mare.

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