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La riflessione

Ora al papà di Facebook fa paura la sua creatura

Mark Zuckerberg, presidente e amministratore delegato di Facebook Inc

Mark Zuckerberg, presidente e amministratore delegato di Facebook Inc

«Perché se al suo fondatore permette di fare floridi guadagni ogni anno vendendo la bufala che «è gratis», la possibilità di essere usato per fini politici, ossia per spostare a piacimento di qualcuno il consenso, sta diventando il problema simbolo dell’era digitale»

01 Aprile 2019

Michele Partipilo

Il signor Mark Zuckerberg è uno degli uomini più ricchi del mondo e deve la sua fortuna al fatto di aver inventato Facebook, ovvero la madre di tutti i social network. In verità lui non aveva proprio l’idea di mettere su questo strumento infernale che oggi si prende le nostre vite, voleva solo fare una sorta di album con i volti (da qui il nome: libro delle facce) degli studenti di Harvard, riproducendo in digitale ciò che il college da tempo editava sul cartaceo all’inizio di ogni anno accademico. L’iniziativa fu poi estesa alle scuole superiori e alle università e oggi - dopo 15 anni - Facebook è il social più diffuso, con oltre due miliardi di utenti. Ma questo numero, seppure mostruoso, non dice tutto sulla reale potenza economica e politica del «libro delle facce». Perché se al suo fondatore permette di fare floridi guadagni ogni anno vendendo la bufala che «è gratis», la possibilità di essere usato per fini politici, ossia per spostare a piacimento di qualcuno il consenso, sta diventando il problema simbolo dell’era digitale.

Zuckerberg, che in questi 15 anni di vita della sua «creatura» ha imparato molte cose, si è ormai reso conto di aver perso il controllo del social. Le buone intenzioni che avevano portato alla sua creazione sono state sepolte sotto metri di ricatti, veleni, violenze, condizionamenti, tragedie. Insomma Facebook, da essere un album di volti giovanili, è diventato il concentrato di ogni cattiveria umana.
La vicenda del ragazzo prodigio di Harvard ricorda la leggenda del Golem, il gigante di argilla della tradizione ebraica che poteva essere usato per tutti i lavori di fatica. Un giorno un rabbino cominciò a fabbricarne tanti e sempre più grandi, fino a quando l’ultimo divenne così grande che il rabbino non poté più controllarlo e così il gigante cominciò a distruggere tutto ciò che incontrava sul suo cammino.

Facebook è diventato un gigante d’argilla incontrollabile e per questo Zuckerberg, con una buona dose di faccia tosta, ha inviato ieri una lettera al Washington Post in cui invoca dai governi «nuove regole per proteggere il web dai contenuti pericolosi». Dopo gli scandali che hanno travolto il social sia sul fronte della protezione dei dati degli utenti sia su quello della diffusione delle fake news, fino alle interferenze sul voto degli americani nel 2016, il papà di Fb si aggrappa alla necessità di nuove norme per «garantire l’integrità del processo elettorale, per proteggere la privacy della gente e per garantire la portabilità dei dati». Ma la Rete non era il regno di tutte le libertà in cui qualsiasi regola, a cominciare da quella del buongusto, era messa al bando perché altrimenti veniva meno lo spirito originario della realtà digitale?
L’appello di Zuckerberg non sembra genuino, nel senso che appare più come un voler mettere le mani avanti di fronte ai costanti e crescenti disastri che, non solo Facebook, ma un po’ tutti i social stanno provocando, soprattutto nei confronti dei più giovani. I golem sparsi per il web sono ormai davvero incontrollabili. E Zuckerberg è il primo a sapere che, data la sovranazionalità della Rete, non ci potrà mai essere una legge veramente efficace. Occorrerebbe un governo globale che emanasse una legge universale, ma questo è impossibile. Il golem è ormai troppo grande e potente.

La stessa Europa ci sta provando da tempo con le norme sulla protezione dei dati personali. Norme assai più restrittive di quelle previste e possibili nell’ordinamento statunitense. Dal 25 maggio scorso è anche entrato in vigore il «Regolamento generale» che è legge in tutti gli Stati dell’Unione. In molti hanno esultato, anche perché contiene - per la prima volta - un esplicito articolo (il 17) dedicato al diritto all’oblio, uno dei diritti della persona più a rischio sui social. A leggerlo si scopre invece che è un bluff: sono solo le norme già presenti nella Direttiva 46 del 1995 sul diritto alla cancellazione dei dati e nulla di più. Si è cambiata la confezione, ma il contenuto è lo stesso. Per la semplice ragione che il contenuto non si può cambiare, come dimostrano le cronache quotidiane di gente ricattata attraverso le foto su Facebook, o che non riesce a trovare lavoro perché torna sempre una pagina in cui si raccontano le goliardate da quindicenni, o persone che non riescono a cancellare l’account di un defunto, perché anche da morti per i social si resta in vita.

Ora Zuckerberg forse si sente in colpa per il golem che ha creato o forse vuole rifarsi una verginità di fronte ai nuovi guai che vede addensarsi sulla testa. Ma è il primo a sapere che il suo appello non avrà - perché non può averlo - alcun seguito autentico. Certo, leggi e leggine si possono fare e si faranno (come quella in discussione in Italia sul revenge porn) ma credere che possa essere efficace è una pia illusione. Nel frattempo Zuckerberg si gode, come il Paperone dei fumetti, i suoi fantastilioni di dollari alla faccia di chi crede che i social siano solo un bell’intrattenimento.

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