Mercoledì 19 Dicembre 2018 | 03:58

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Governo 2.0 la ripartenza è l’intesa con l’Europa

A fronte della ritrovata intesa sulla manovra economica tra il governo gialloverde e le istituzioni europee, ci si aspetterebbe che si producano analisi positive o quanto meno non del tutto negative, che si attenuino i pre-giudizi, invece no.

Tre proposte gelide verso l'Europa

Strano Paese l’Italia. Ci si aspetterebbe, a fronte della ritrovata intesa sulla manovra economica tra il governo gialloverde e le istituzioni europee, che si producano analisi positive o quanto meno non del tutto negative, che si attenuino i pre-giudizi, invece no. Preoccupa non poco l’atteggiamento di chi, pur di risalire di qualche punto nei sondaggi elettorali, rinuncia a guardare con obiettività agli sforzi fatti in questi primi mesi di governo da chi nell’esecutivo penta-leghista sta cercando di mediare tra due esigenze contrapposte. Da un lato quella di mantener fede agli impegni assunti davanti agli elettori soprattutto in materia di politica economica, sulla base di un mandato al cambiamento che non lascia spazio ad interpretazioni soggettive.

Dall’altro quella di evitare una procedura d’infrazione da parte dell’Europa che, detto con chiarezza, non conviene né a Roma, né a Bruxelles per le ricadute che avrebbe sull’intera eurozona.
Ai fini del ragionamento che si sta svolgendo in queste righe, è utile ricordare tre questioni. La prima: l’immagine internazionale del nostro Paese nell’ultimo periodo è stata condizionata non tanto dall’effettiva volontà di uscire dall’Europa, volontà smentita a più riprese da molti autorevoli esponenti di governo e della maggioranza, quanto dalle voci messe in giro ad arte da quanti avevano interesse a piegare il gioco democratico alle proprie convenienze per alterarne la meccanica complessiva. Nel dibattito pubblico si è continuato a parlare della prospettiva di superamento dell’adesione alla moneta unica, senza che questo disegno sia mai veramente esistito. Gli effetti negativi sui mercati e sullo spread non si generano solo per quanto dichiarato (o non dichiarato) dai responsabili della politica economica di un Paese, ma anche per quanto fatto da chi contribuisce a creare confusione con narrazioni svincolate dalla realtà.

La seconda questione: la manovra economica dell’attuale governo è stata immaginata, come ha ricordato il premier Conte, sul presupposto di una previsione di stagnazione, se non di recessione. Previsione che purtroppo si sta rivelando vera. È anche in questo caso priva di fondamento la tendenza a rappresentare l’esecutivo alle prese con una sorta di effetto sorpresa davanti alla presa d’atto dei fondamenti dell’attuale sistema economico. Il problema, piuttosto, è quello di fare una valutazione il più possibile meticolosa ed obiettiva dell’impatto delle singole misure rispetto alla finalità (improrogabile) della crescita, partendo dalla coerenza o meno delle stime relative all’1,5% del Pil. E ciò, specie dopo la presenza del segno meno comunicata qualche giorno fa dall’Istat. Il riferimento è in questo caso al ritocco delle valutazioni provvisorie inerenti il terzo trimestre 2018: il segno meno è stato calcolato nella misura dello 0,1% e dipende dall’arretramento della domanda interna per calo dei consumi e degli investimenti. Situazione questa che è stata spiegata dai due vice premier come un effetto delle manovre dei precedenti governi basate su tagli e austerità. Ed è qui che arriviamo alla terza questione: come ha più volte ricordato Salvini, non è tanto un problema di decimali in più o in meno nella definizione del rapporto tra deficit e Pil, quanto la necessità di cambiare una volta per tutte la politica europea ed esercitare il diritto di un Paese e di un governo a preservare l’impostazione e la caratterizzazione complessiva della manovra economica, senza imposizioni esterne e sulla base della volontà popolare. Tutto ciò, con l’auspicio che venga incrementato altresì l’accento espansivo della legge di bilancio. Il punto è proprio questo. Occorre trovare la quadra all’interno della maggioranza soprattutto sulla utilizzazione delle risorse pubbliche a fini di crescita. Una delle soluzioni a disposizione dell’esecutivo Cinque Stelle-Lega potrebbe essere quella del via libera di Bruxelles ad un piano di flessibilità per investimenti pubblici da effettuare con l’intento di contrastare i molti rischi idrogeologici. Piano che potrebbe partire in tempi stretti.

Si deve continuare a lavorare alacremente, dunque, per accertare quale compromesso sia effettivamente possibile rispetto alla richiesta dell’Europa, che vuole il deficit sotto o intorno al 2%, e nel contempo per capire come e dove operare i tagli, a quali misure rinunciare e come attuare il principio della gradualità delle riforme più emblematiche e significative. La Lega sta fornendo più di una sponda al ministro Tria rispetto a questo compito non certo facile. Non è un caso che il consigliere economico di Salvini, il sottosegretario Armando Siri, un big player della strategia dell’equilibrio e della responsabilità con l’Europa, sia stato tra i primi a riconoscere la praticabilità, rispetto a “quota cento”, della soluzione delle “finestre mobili”, a seconda che si tratti di pensionandi dipendenti pubblici (finestre semestrali) o pensionandi dipendenti privati (finestre trimestrali). Soluzione utile a far quadrare i conti, riducendo provvisoriamente lo stanziamento in ambito previdenziale e consentendo di attuare la riforma della Fornero, vero e proprio cavallo di battaglia del Carroccio. Sul fronte grillino si sta lavorando, invece, ad attenuare la percezione in chiave assistenzialistica del reddito di cittadinanza, coinvolgendo le imprese.
Reddito di cittadinanza e riforma delle pensioni sono provvedimenti legati tra loro, proprio perché fortemente identitari. Per fare un calcolo reale dell’incidenza di entrambe queste riforme sulle risorse finora allocate è necessario ricordare che è del tutto sbagliato immaginare per tutti un reddito di cittadinanza di 780 euro poiché il meccanismo previsto da Di Maio è di tipo integrativo. Così come è necessario ribadire che l’attuazione di “quota cento” potrebbe avvenire in modo progressivo e scalare. Nelle prossime ore capiremo qualcosa in più.

Tornando al rapporto tra Italia ed Europa, la minore rigidità da parte dell’esecutivo gialloverde rispetto alle settimane scorse va interpretata come un segno di forza della maggioranza e non certo come un segno di debolezza. L’Europa ha compreso che l’Italia ha una sua credibilità nell’invocare un cambio di paradigma della politica economica dell’Unione e ha preso atto delle reali intenzioni della maggioranza a guida Cinque Stelle e Lega. Il nostro Governo, nel contempo, ha maturato il convincimento che risulta ancor più forte un’azione politica capace di cambiare l’Europa dall’interno (e non dall’esterno), a partire dalla scelta di usare un’intonazione pubblica più istituzionale. È un equilibrio sottile che si regge sul presupposto della reciproca riconoscibilità. Una strategia che fa bene ad entrambi. E che mette all’angolo chi tifa contro l’Italia.

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