Mercoledì 20 Marzo 2019 | 10:51

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La rinascita del Piccinni andiamo a ricominciare

“Dunque, presto nel Piccinni potrà risuonare il “chi è di scena”. Quante volte ho sentito pronunciare l’avvertimento della solerzia scenica. Quante stagioni teatrali sono passate!

Bari, settant'anni della Costituzione

Il teatro Piccinni di Bari

«Passo spesso davanti al Teatro Piccinni. È chiuso e io aspetto che si riapra. Lo conosco da quando fui, fuggevolmente, bambino.” Così scrivevo a ferragosto sulla Gazzetta e così leggo in questi giorni: «Entro il 31 dicembre i lavori saranno pressoché completati, avremo a disposizione platea, primo ordine dei palchi, palcoscenico e si potranno già strutturare alcuni eventi, nonostante il cantiere proseguirà per qualche tempo, per il montaggio di tutti i macchinari, nella parte superiore del Teatro». È quanto ha annunciato il sindaco Decaro dopo un sopralluogo nel politeama di corso Vittorio Emanuele (…).

«Stiamo seguendo questo cantiere passo dopo passo – ha detto ancora Decaro – e ad ogni avanzamento ci proiettiamo al contempo nel futuro prossimo, quando le porte del Teatro si riapriranno, e nel passato perché in questo luogo ogni dettaglio porta in sé le tracce della storia della nostra città».
Ho pensato di riprendere qualche passo del mio articolo di ferragosto per gioire con tutta la città. E proporre di dedicare il 2019 al Teatro Piccinni.
“Dunque, presto nel Piccinni potrà risuonare il “chi è di scena”. Quante volte ho sentito pronunciare l’avvertimento della solerzia scenica. Quante stagioni teatrali sono passate!
Quando avvertii la mia famiglia che intendevo fare il mestiere del teatro calò un sipario di silenzio imbarazzato. In realtà, fui assecondato, come si fa con i pazzi sospetti. Mia madre, che, pure amava il teatro, già m’immaginò trascinarmi tra i saltimbanchi ad elemosinare una maschera e un tozzo di pane e, quando imparai i versi di Quasimodo dedicati alla madre mi immaginai con quel “mantello corto e quel pugno di versi in tasca” abbandonare nottetempo non le “foci dell’Imera”, ma il terzo piano dell’Ateneo di Bari dov’era la mia bella Facoltà di Lettere.

E fu proprio quell’Ateneo a scongiurare le ansie famigliari per il rischio del vagabondaggio appresso a traballanti carri di Tespi: li, tra quella gente studiosa di cercare alternative culturali, covai con un manipolo di “sconsiderati” la vocazione teatrale e questa fiorì alla faccia delle accidie provinciali. Era il Cut, il Centro Universitario Teatrale di Bari che Egidio Pani con coraggio aveva inventato in uno scantinato della Casa dello Studente. Fu la stagione più bella non solo della mia vita, ma anche di quella di tanti amici che, come me, avevano affrontato il rabuffo dei deschi domestici per riaffermare il diritto minimo e sacrosanto di scalare il Parnaso, anche se si ergeva in una ex barberia di via Bonazzi. E non nel sospirato Teatro Piccinni.
Furono gli anni dello studio e della ricerca, dei successi e degli errori, errori di una madornale bellezza e successi dolcissimi. Successi che qualcuno non ci ha perdonato. Come potrei non parlare di questa casa dell’arte che è il mio, il nostro Teatro? Molti discettano del Piccinni, moltissimi ne straparlano. Alcuni già si candidano a dirigerlo. Esagerati!
In pochi ne conoscono la storia, tra questi Pasquale Bellini, studioso, critico teatrale e compagno di lavoro no solo nel CUT, generoso e geniale. Bellini e quelli che si sono presi almeno la briga di scrutinare qualche notizia nella targa sistemata a fianco del portone che immette nel cortile per il quale si accede sia nel teatro che negli uffici comunali.
E questa doppia pertinenza è il nodo del problema. Come recita in epigrafe la scritta dedicata alle “generazioni avvenire”, la prima pietra fu “gittata” addì 18 di ottobre del 1840. Noi, una delle “generazioni avvenire” abbiamo l’obbligo di mantenere, custodire, tramandare questo bene pubblico che fu concepito e deve restare teatro, santo Dio! Altre generazioni che ci hanno preceduto lo hanno fatto, ma, purtroppo, hanno fatto anche catastrofici errori. Uno di questi, madornale, fu quello di trasformare una gran parte del magnifico edificio neoclassico, firmato dal Niccolini, inizialmente tutto destinato all’uso teatrale, a funzioni e usi diversi: uffici, burocrazie varie, dislocazioni di funzioni amministrative e, infine le vere e proprie strutture del municipio.

E pensare che, alla maniera dei grandi teatri francesi dove, e ci guida, nella memoria, Moliére, nel perimetro del teatro esisteva “la court e le jardin”: nel Teatro nostro era previsto nel luogo in cui ora scorre rumorosamente il traffico disordinato di Via Piccinni, un giardino per passeggiare. I teatranti più studiosi sanno che gli ordini dei macchinisti nel montaggio delle scenografie e ingressi ed uscite di scena degli attori riepilogano questa ideale progettazione architettonica riassunta nei comandi: Corte o Giardino, invece che destra e sinistra, essendo queste nozioni, anche in palcoscenico, del tutto opinabili.
Una volta sacrificata una parte dello splendido edificio, quella destra, alle mansioni eterogenee, fu facile trasformare anche l’indole e la funzione della mole sinistra. Poi il ridotto al primo piano divenne sala del Consiglio Comunale, indi le pertinenze indispensabili per un teatro e, cioè, magazzini, sale per le prove, camerini per le masse, salotti per gli incontri e vestiboli furono sacrificati alle impellenze burocratiche e il cortile per le carrozze, l’arioso androne a doppia uscita, fu strangolato dalle superfetazioni e dalle servitù del passaggio per gli uffici municipali. La metastasi ingegneristica ha ridotto il teatro al solo palcoscenico e a un pugno di angusti camerini. La fame di spazi della burocrazia amministrativa si avventò sul povero edificio assediandolo e soffocandolo. Questa è la verità. Ormai il Comune di Bari sta lì e a nessuno verrebbe l’idea, di sloggiarlo. Si proceda al restauro, subito, con decisione e senso della misura.” Così scrivevo a ferragosto su queste pagine. Oggi apprendo che il nostro Piccinni è quasi pronto e che già adesso potremo abitarlo da artisti, da spettatori, da cittadini. Al Sindaco che con puntuale tenacia restituisce il Teatro alla comunità umana, prima che alla città, dico grazie.

E agli amici come Pino Micol che oggi è premiato per la sua splendida carriera, e ai compagni d’arte, quelli che, con me, hanno condiviso la fatica giovanile di quei tempi di furori artistici e pane, provolone e primitivo, di ostinate vocazioni e pizze e birre contingentate, di speranze fiammanti e di cocciuti ottimismi della volontà, i tempi del grande Cut Bari, dedico la mia malinconica gioia di questo ricordo. Coraggio: è arrivato il tempo di ricominciare. Sipario.

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