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Il paradiso giallo-verde non può attendere

Non ha invece precedenti né può avere rifacimenti quello prodotto dall’accoppiata Di Maio-Salvini per il circuito cinematografico della politica italiana

Governo

Era intitolato “Il paradiso può attendere” un film del ’78 diretto e interpretato da Warren Beatty, remake di un vecchio film del 1941 (“L’inafferrabile signor Jordan”) e a sua volta replicato nel 2001 (“Ritorno dal paradiso”). Non ha invece precedenti né può avere rifacimenti quello prodotto dall’accoppiata Di Maio-Salvini per il circuito cinematografico della politica italiana: tant’è che si potrebbe anche intitolare, al contrario, “Il paradiso giallo-verde non può attendere”, per come era stato originariamente concepito e proposto agli elettori. In questi sei mesi, da quando è stato insediato il cosiddetto “governo del cambiamento”, abbiamo assistito in realtà a una serie di annunci ed effetti speciali, colpi di scena, flashback e accelerazioni comiche, tutto all’insegna dell’improvvisazione e del dilettantismo più sfrenato.

Un happening, dovremmo dire, più che un film d’autore. Uno spettacolo a volte perfino grottesco, se non fosse che il pubblico in sala – cioè il popolo italiano – rischia alla fine di piangere lacrime amare.
“Hanno promesso il paradiso a tutti e ora si accorgono che il prezzo del biglietto è carissimo”, ha commentato recentemente in un’intervista al quotidiano “Avvenire” Alberto Bombassei, ex vice-presidente di Confindustria e patròn dell’azienda che produce i rinomati freni Brembo. Il paradiso è, o forse sarebbe meglio dire era, la “flat tax” della Lega e il reddito di cittadinanza del Movimento 5 Stelle, sottoposto ora a una revisione generale; la politica dei respingimenti che avrebbe dovuto “riportare a casa 500mila immigrati” e la riforma delle pensioni che con un colpo di bacchetta magica – la fantomatica “quota 100”, fra gli anni di contribuzione e quelli d’età - avrebbe dovuto creare nuovi posti di lavoro per i giovani: una sinfonia di promesse elettorali, prive delle adeguate coperture finanziarie, impostata sulle note della famosa canzone di Mina “Parole parole…”.

Nella scriteriata sfida all’Unione europea, siamo passati così in poco tempo dai proclami di Salvini (“Non faremo un passo indietro”) e di Di Maio (“Non arretriamo di un millimetro dal 2,4%”) alla realpolitik del vicepremier leghista che adesso dice “non faremo una questione di decimali” e al black-out del vicepremier pentastellato che ancora qualche settimana fa parlava in tono sprezzante dei “numerini” di Bruxelles. Il dietrofront del governo sulla manovra economica è tanto evidente quanto repentino e imbarazzante. Non è soltanto il presidente Conte ad aver innestato la marcia indietro, di fronte al rischio di una procedura d’infrazione da parte della Commissione europea e soprattutto delle reazioni dei mercati finanziari a colpi di spread e di cadute in Borsa, ma anche il ministro Tria e soprattutto il ministro Savona, il più ostile all’Ue e all’euro, costretto a riconoscere che “la manovra è da riscrivere”.
Il fatto è, come riferiscono i retroscena dei Palazzi romani, che M5S e Lega temono di arrivare alle prossime elezioni europee di maggio sotto la minaccia delle sanzioni di Bruxelles che potrebbero minare la loro popolarità e il loro consenso. E perciò, tendono ad allungare il più possibile i tempi delle procedure o magari a evitarle del tutto. Ma per ottenere il via libera del presidente Juncker e della Commissione il deficit dovrà scendere di qualche decimale, probabilmente entro il 2%.
Sappiamo tutti, però, che il nervo scoperto resta comunque quello del debito pubblico, arrivato a più di 2.300 miliardi di euro. Una cifra mostruosa che assegna all’Italia la maglia nera in Europa e la colloca al terzo posto nel mondo in questa graduatoria negativa. Anche se il governo giallo-verde riuscisse ad aggirare l’ostacolo delle sanzioni e a raggiungere un’intesa con Bruxelles, dunque, è questo il bubbone che bisogna incidere per risanare i conti dello Stato e rilanciare l’economia nazionale.
Tutto ciò significa in primo luogo contenere il deficit annuale per ridurre il peso degli interessi sul debito e poi tagliare la spesa pubblica che invece continua ad aumentare. Certo, a breve termine sono entrambe operazioni impopolari, strumenti che non procurano consenso. Ma, a medio e lungo termine, questa è la strada maestra per uscire dalle secche della crisi economica che attanaglia il Paese e superare il pericolo di una recessione che incombe sul nostro futuro. Non si tratta, evidentemente, di fare “macelleria sociale”, bensì di porre le premesse per una ripresa solida e duratura all’insegna piuttosto dell’equità e della solidarietà.

Le convulsioni a cui è sottoposta in questa congiuntura la maggioranza giallo-verde dimostrano, una volta di più, che un conto è fare l’opposizione e un altro conto è governare. Occorre oggi un esercizio di responsabilità collettiva, per evitare che l’Italia rimanga isolata dal resto dell’Europa e si ritrovi come un naufrago nel mare in tempesta della competizione internazionale. A farne le spese, sarebbero proprio i ceti meno abbienti e in particolare la popolazione meridionale, già in sofferenza per un handicap strutturale che penalizza tuttora il Mezzogiorno sul piano degli investimenti e dell’occupazione.

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