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L'analisi

Putin-Trump e sullo sfondo l'internazionale sovranista

Putin-Trump e sullo sfondo l'internazionale sovranista

I leader delle due superpotenze affronteranno temi dai quali dipendono gli equilibri geopolitici e geoeconomici del pianeta, il ruolo dell’Occidente e il futuro dell’Europa

16 Luglio 2018

Francesco Giorgino

Non c’è ancora un’agenda definitiva dei lavori, ma l’incontro che si svolgerà oggi ad Helsinki fra Trump e Putin non ha le sembianze di un vertice di routine. I leader delle due superpotenze affronteranno temi dai quali dipendono gli equilibri geopolitici e geoeconomici del pianeta, il ruolo dell’Occidente e il futuro dell’Europa.
Il clima è diverso dal summit del 1997 fra Clinton e Eltsin, quando cruciale era l’allargamento della Nato all’Europa orientale. All’attuale presidente Usa viene contestata la politica sull’immigrazione e quella sui dazi. Il suo omologo russo viene criticato, invece, per un atteggiamento deficitario in materia di tutela dei diritti umani e di processi democratici (si vedano i casi Crimea e Ucraina) in un momento in cui, come dimostrano i mondiali di calcio archiviati ieri sera in quel di Mosca, il rilancio dell’immagine della Russia rappresenta una priorità. 

Il vertice fra Trump e Putin si terrà nonostante l’incriminazione di dodici agenti dell’intelligence russa nell’inchiesta sulle elezioni americane del 2016. È un’occasione troppo importante per essere rinviata, anche se non è la prima volta che i due si incontrano, visto che lo avevano già fatto al G20 di Amburgo e al meeting sulla cooperazione economica asiatico-pacifica in Vietnam. Al di là dei picchi di notorietà che in queste ore raggiungerà la capitale finlandese (cinque milioni e mezzo di abitanti e simbolo della neutralità durante il periodo della guerra fredda) e al di là della protesta organizzata in piazza, il confronto fra Trump e Putin sui principali dossier internazionali rappresenta un banco di prova importante per comprendere le reali direzioni di marcia di entrambi. Il loro è un rapporto di amore e odio in cui non c’è spazio per l’indifferenza. È un rapporto di tensione e di distensione con molti interessi in ballo. Il fatto che il summit avvenga poche ore dopo il viaggio di Trump in Europa (vertice Nato a Bruxelles, visita nel Regno Unito) non è particolare trascurabile. Il perimetro ufficiale del bilaterale dal punto di vista tematico è sì quello del miglioramento delle relazioni fra Stati Uniti e Russia, ma è evidente che si tratta di questione capace di travalicare di parecchio i confini spazio-temporali del colloquio.

Come è noto, l’Alleanza atlantica è divisa fra chi vuole aperture nei confronti della Russia e chi no. Sul tappeto c’è questo, ma ci sono anche questioni altrettanto delicate come il nucleare iraniano, la vicenda nordcoreana e la guerra in Siria. Putin prima di oggi ha avuto incontri con il premier israeliano Netanyahu, con il leader palestinese Abu Mazen e con il consigliere per gli affari internazionali della Guida suprema dell’Iran Khamenei. La regione mediorientale è al centro dell’attenzione. La domanda più interessante, però, è un'altra. Quale sarà l’atteggiamento di entrambi rispetto ad un’Europa fiaccata da nazionalismi, sovranismi, crisi di leadership e soprattutto incapace di trovare soluzioni condivise sulle diverse emergenze, senza dover ricorrere a minacce e ad intonazioni forti e perentorie? Si ha la sensazione che Trump e Putin, pur da posizioni diverse, abbiano un certo interesse ad un’Europa che non parli una voce sola. Come spiegare altrimenti la critica (poi ritirata) alla Germania della Merkel e alla Gran Bretagna della May, alle prese con un acceso dibattito interno sulla gestione della fase post Brexit? Trump, sostenitore del ministro dimissionario Boris Johnson, ha suggerito alla May di aprire addirittura un contenzioso legale con la Ue. Proposta respinta al mittente. E ancora: come interpretare la volontà di Putin di riaffermare l’influenza russa sui Balcani e gli Stati Baltici, puntando al contempo all’indebolimento della Nato e ad una presenza minore di militari americani nel vecchio continente? L’Europa paga il prezzo della sua debolezza, della difficoltà a individuare e portare avanti un’unica politica estera, un’unica politica di difesa e di sicurezza, un’unica politica sull’immigrazione. Come dimostra il no di Praga e di Budapest alla proposta del premier Conte e del ministro Salvini sulla redistribuzione dei migranti, ci sono distanze anche fra il nostro Paese e il cosiddetto gruppo di Visegràd.

Diciamo la verità: esiste una (conflittuale) Europa delle istituzioni, ma non ancora un’Europa dei popoli. A Trump e Putin fa più gola l’Unione in questo stato, che impegnata a rilanciare la propria azione a livello internazionale e a favorire l’integrazione fra i 28 Paesi membri. A Bruxelles e a Londra, nei giorni scorsi, il presidente americano ha mescolato le carte, sapendo che una certa destabilizzazione avrebbe fatto piacere anche all’inquilino del Cremlino. Mossa per arrivare al vertice di oggi con l’approccio giusto o strategia di medio e lungo periodo? Presto per dirlo. Una cosa è certa, Trump e Putin possono contare su rapporti privilegiati con i rappresentanti della cultura sovranista europea al fine di esercitare quelle pressioni indispensabili al perseguimento dei propri obiettivi. Se fosse confermata l’indiscrezione della costituzione, in vista delle prossime elezioni europee, dell’internazionale sovranista (con annessa alleanza politica fra Lega e M5S) ci sarebbero conseguenze non solo all’interno dell’Italia, ma anche fuori. Esigenze di leadership personale, dunque, si mescolano a calcoli elettorali e a ragioni politiche ed economiche capaci di collocarsi su un piano sovrannazionale. Una condizione, del resto, quasi normale nell’era della globalizzazione.

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