Giovedì 21 Marzo 2019 | 02:10

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Che cos’è questo mitico “sovranismo”, di cui Matteo Salvini agita il vessillo per vagheggiare la sua “Lega delle leghe”, se non la versione aggiornata della vecchia autarchia di marca nazionalista, fascista e nazista?

Governo-ombra per contrastare il populismo dilagante

Che cos’è questo mitico “sovranismo”, di cui Matteo Salvini agita il vessillo per vagheggiare la sua “Lega delle leghe”, se non la versione aggiornata della vecchia autarchia di marca nazionalista, fascista e nazista? E cioè, la teoria o la propaganda di un’autosufficienza prima giuridica e quindi economica degli Stati; l’illusione o l’inganno di un autogoverno impossibile nel mondo globalizzato dalle telecomunicazioni e dai trasporti, dalle lingue e dalle culture. Che cos’è, dunque, se non la chiusura nei confronti della diversità, l’arroccamento nelle proprie paure e nei propri confini, il rifiuto egoistico di confrontarsi in campo aperto?  

Sarà difficile che il leader leghista riesca a governare anche soltanto tre anni, non trenta come ha annunciato enfaticamente nei giorni scorsi, con questo armamentario antiquato e obsoleto di idee, di visioni e di progetti. Non tanto per la sua intrinseca debolezza, quanto per la forza delle cose, per la spinta alla convivenza e all’integrazione, per l’evoluzione naturale dell’umanità, come rappresenta emblematicamente quell’immagine della nostra staffetta femminile di colore che nella 4 x 400 ha vinto la medaglia d’oro ai Giochi del Mediterraneo, nel segno della multiculturalità.
Forse Salvini riuscirà a restare al potere, a comandare, non certo a governare i processi in atto nella società contemporanea, dai flussi migratori alla riduzione delle disuguaglianze fra le “due Italie”, quella del Nord e quella del Sud, quella ricca e quella più povera. Il “sovranismo” è una risposta primitiva e anacronistica, buona magari per compiacere gli istinti populisti, non per soddisfare le ragioni della civiltà. Le adunate autocelebrative di Pontida ricordano purtroppo la retorica delle “folle oceaniche” raccolte a piazza Venezia, documentate dalle foto o dai filmati dell’era fascista, quando dovevamo “spezzare le reni alla Grecia” e fondare l’Impero d’Oltremare con le colonie in terra d’Africa.

È vero che l’Europa burocratica dell’austerità ha soffocato e mortificato il senso di appartenenza di molti popoli e in particolare degli italiani. Ed è anche vero che sono stati commessi diversi errori, a cominciare da quello di allargare troppo l’Ue a Paesi – come l’Ungheria, la Slovacchia, la Repubblica ceca e la stessa Polonia - che non condividevano e non condividono tutti i nostri principi e i nostri valori fondanti. Ma il processo di costruzione dell’Unione va senz’altro rivisto e corretto, piuttosto che interrotto o rinnegato, alla ricerca di una maggiore integrazione fra i partners disponibili ad accettarne costi e benefici nell’interesse comune.

Il banco di prova è costituito proprio dalla politica sull’immigrazione, di cui pure occorre riformare le regole e i meccanismi, come aveva già cominciato a fare efficacemente l’ex ministro dell’Interno, Marco Minniti, sotto il governo Gentiloni. Un esodo epocale da controllare e gestire, piuttosto che respingere o demonizzare. E proprio l’esempio di Minniti, dovrebbe indurre ora il Partito democratico a formare un governo-ombra, per opporsi al sovranismo e formulare costruttivamente, su questa come su altre materie, proposte concrete e praticabili.
Non fu, d’altra parte, proprio l’esecutivo Berlusconi - di cui la Lega faceva parte integrante con il ministro della Giustizia, Roberto Castelli - a sottoscrivere nel 2003 quel Regolamento di Dublino che attribuisce ai Paesi di “prima accoglienza” l’obbligo di valutare le richieste d’asilo? Sono passati quindici anni e ora tutte le forze politiche italiane vorrebbero modificarlo. E sarebbe più che giusto. Ma non si può continuare irresponsabilmente a fare propaganda sulla pelle dei rifugiati, come se fossimo in una campagna elettorale permanente.

Il governo-ombra rappresenta il miglior antidoto contro il populismo dilagante. Per marcare stretto, a uomo come si direbbe in gergo calcistico, i ministri in carica. Per accettare e magari condividere le soluzioni positive, criticando in maniera razionale e motivata quelle negative. C’è uno “stile di governo” che l’opposizione di centrosinistra può mettere in campo, per distinguersi così dalla maggioranza sul piano della competenza e dell’affidabilità.
Da qui alle prossime elezioni, gli italiani avranno tempo e modo per giudicare i risultati di questo esecutivo, confrontare le proposte e considerare le eventuali alternative. A meno che l’irruenza di Salvini non faccia saltare anzitempo il “contratto” su cui si fonda l’alleanza giallo-verde. Prima o poi, arriverà il momento in cui anche i Cinquestelle - come sembrano annunciare le divergenze interne fra Di Maio e Fico - dovranno fare i conti con il proprio elettorato e soprattutto con la realtà.


Giovanni Valentini  

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