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Bari, il portiere Frattali rinnova fino al 2023

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E tutti pazzi per il jazz
in Albania con D'Amato

E tutti pazzi per il jazz in Albania con D'Amato

Ugo Sbisà

Il jazz come strumento per potenziare l’attrattiva turistica del territorio, una formula che in Italia potrebbe apparire scontata – se non addirittura abusata – ma che in Albania rappresenta per molti versi un’idea innovativa. È l’obiettivo di «Jazz in Albania», un festival giunto ormai alla sua sesta edizione e che, appunto da quest’anno, distribuisce una serie di appuntamenti fra Tirana, capofila dell’iniziativa e alcune località a vocazione turistica come Scutari, Korce e Fier (l’antica Apollonia).

Ovviamente, quando si parla di festival, bisogna avere innanzitutto chiara una cosa e cioè che i ricchi budget ai quali sono abituati molti organizzatori italiani qui sono un miraggio, come, di conseguenza, anche i nomi altisonanti che si possono ascoltare in giro nell’estate europea dei festival. Tuttavia, sotto l’accorta direzione artistica di Besim Petrela, un violinista che da anni si dedica all’organizzazione di eventi, è stato possibile costruire un cartellone a suo modo interessante, frutto anche della collaborazione con gli Istituti di Cultura dei Paesi coinvolti, che hanno così contribuito a coprire almeno in parte le spese di viaggio degli artisti impegnati. In questo senso, un prezioso apporto è stato offerto anche dall’Istituto italiano di Cultura di Tirana, che in collaborazione con il Cidim ha portato in Albania «To Bird with Love», un quintetto di giovani solisti abruzzesi guidato dal sassofonista Italo D’Amato, un grintoso «figlio d’arte» – suo padre Bepi è un noto e apprezzato clarinettista – che il pubblico barese ben conosce per aver più volte ascoltato sia nella Italian Big Band di Marco Renzi, sia nella Jazz Studio Orchestra di Paolo Lepore. E il richiamo del jazz sembra funzionare, se si considera che ogni sera il parterre della platea all’aperto attrezzata nell’Hotel Rogner – sede dei concerti a Tirana – si riempie di un pubblico internazionale che dimostra di gradire la novità; un risultato di tutto rispetto, se si considera che, nei musicisti della vecchia generazione, è ancora vivo il ricordo del regime comunista sotto il quale suonare jazz comportava inevitabilmente l’arresto per aver eseguito «musica non albanese».

Come accade in molti festival di Levante – l’esperienza serba e quella macedone lo dimostrano – le scelte artistiche sono spesso orientate verso nomi e Paesi poco considerati in Occidente. Così a Tirana si sono ascoltate, tra le altre, la Istanbul Metropolitan Municipality Jazz Band, che fonde un sound alla Chuck Mangione ad alcuni colori tradizionali. Ma l’occasione è stata propizia per venire in contatto anche con la scena albanese, della quale fino ad ora, a eccezione del pianista Markelian Kapedani e della cantante Elina Duni, si sapeva poco a nulla. «Jazz in Albania» ha dato spazio fondamentalmenteal pianista Gent Rrushi – ascoltato prima in duo col chitarrista israeliano Lior Yekutieli, quindi col proprio quartetto – e a Ermal Rodi, un robusto tenorsassofonista che all’occorrenza si cimenta persino col canto; Rodi ha suonato col quartetto di Rrushi e in duo con il pianista italo-olandese Mike Del Ferro.

Solisti trascinanti e comunicativi, poco inclini a contaminare la propria musica con le tradizioni locali che pure prendono in considerazione, ma con senso della misura, prediligendo piuttosto il lessico del jazz americano. Una scena in crescita, che in futuro potrà riservare sorprese, ma che ha decisamente bisogno di confrontarsi con i musicisti di altri Paesi per arricchire il proprio bagaglio di esperienze, guadagnando un respiro più internazionale. È anche questa la direzione intrapresa da «Jazz in Albania». E a giudicare dai primi risultati, l’augurio è che il cammino sia lungo e ricco di soddisfazioni.

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