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Bari, il portiere Frattali rinnova fino al 2023

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Ciak Selvaggi: Essere Rubbini è come «Essere John Malkovich»

«A parte questa occasione mastodontica del festival di Bari, in qualunque evento, occasione fugace si presenti in Puglia qualcosa a tema cinematografico, il grumese pentito viene invitato»

Sergio Rubini

Sergio Rubini

La cosa certa è che gli attori non mangiano, dato che al Bif&st danno appuntamento alla massa nel più lesivo orario prandiale. Tuttavia ieri il digiuno verso le sponde dell’emicrania ha fornito un tornaconto valido al pubblico pagante e al corollario parassitario giornalistico professionale. Soprattutto se uno voleva davvero «Essere Sergio Rubini», anzi, Rubbini con due bi, come i baresi lo chiamano. Che è un po’ come «Essere John Malkovich». O quasi.

In Puglia non abbiamo molti attori famosi, a parte lo Scamarcio, lo Zalone, in minore altri, tra i quali vengo incluso anch’io ormai, date le qualità recitative eccelse soprattutto nel ruolo di capra: «Capre! Capre! Capre..!». Ma, senza levare un fico agli altri dello spettacolo, il Rubbini, magro magro, per certi versi un po’ alto, è l’acme del fichismo attoriale. E ognuno di noi vorrebbe imitarlo.

«Essere Sergio Rubbini», come «Essere John Malkovich» (inutile dire che io questo film manco l’ho visto, magari il parallelo non calza) è l’ideale. Nessuno fra i tanti attori italiani, tutti bravissimi, non bravi, fa più tendenza di Rubbini da Grumo Appula. Poiché egli è il massimo. Basta.

A parte questa occasione mastodontica del festival di Bari, in qualunque evento, occasione fugace si presenti in Puglia qualcosa a tema cinematografico, il grumese pentito viene invitato. Se i ragazzi si esercitano in una delle nuove iniziative scolastiche – tutte non soltanto inutili, ma controproducenti assai – quali, «A lezione di legalità attraverso la filmografia normanna e del quartiere Japigia», Sergio ci sta. E gli istituti, assatanati di snaturante visibilità, sparano il comunicato a raffica con incipit che suona per i concorrenti come una pugnalata: «Interverrà anche Sergio Rubini all’incontro di venerdì mattina presso l’Itc…». Se uno dei 365 nuovi scrittori di Bari all’anno (nelle altre province sono meno) butta giù un giallo con implicazioni urbanistiche, «Sangue nero sul nero di via Sparano», Sergio, denutrito, magari fa una comparsata. Quando gira film, sgomitando fra gli altri 6000 che piantano cavalletti nella Basilica di San Nicola come in Cattedrale a Trani, nei benzinai di Noicattaro come sulla dentiera dell’Uomo di Altamura, immantinente vengono organizzati party di straordinaria tendenza filmico-culturale. I circoli, i club cittadini avvitano bulloni d’oro nelle ostriche bretoni annunciando «cena sociale con svenimento e garanzia di poterlo raccontare agli sfigati», mentre gli iscritti si avvelenano l’un l’altro contendendosi il tavolo vista Rubbini, o almeno del suo gomito o del naso. Il che garantisce di poter poi lasciar scivolare durante il burraco dagli amici scambisti: «E l’altra sera io e mia moglie stavamo a cena con Sergio Rubbini».

Quando Rubbini esce dalla villa in affitto ove precipita le ossa scricchiolanti fra un set pugliese e l’altro, tutti i foeminae (sarebbe un latinismo per, femmine, ma non so se Luciano Canfora me lo passerà) urlano («mudùuu»), cascano a terra, talvolta iniettandosi al volo eroina e sniffando poi coca per riprendersi (è un classico).
Certamente non è facile essere Rubbini, così come essere John Malkovich. Devi possedere uno spirito incline all’atteggiarsi a divo che non fa il divo. Devi aver frequentato l’Accademia d’arte drammatica e amiche quali Mita Medici e Margherita Buy, neuroansiogena nobiliare. Devi serbare la coscienza di avere cambiato la storia del cinema, essendo insieme Orson Welles, Laurence Olivier e Bob De Niro. Devi lasciar cascare la voce con quella vaga sofferenza che sembra imparentata con l’arte. Devi portare a zonzo una zazzera bioadesiva che non sai se è sfatta di genio o cementata da un parrucchiere cubista. Lasciar sventolare con sprezzatura gli abiti nel vento alto che spinge ai colli di «noi del cinema». E poi devi aver fatto un film solo: «La stazione».

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