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Attenti, cari cinefili: evitate sempre il critico esorcista

Cronache dal Bif&st: oggi l'analisi del critico esorcista «proteso a estirpare dallo spettatore caprone la dipendenza atavica dal seno di Edwige Fenech e dagli sculettamenti di Nadia Cassini»

Attenti, cari cinefili: evitate sempre il critico esorcista

Attenti. Mentre siete in coda lungo la galleria di cartone allestita attorno al Petruzzelli, mentre ingannate l’attesa osservando le ciclopiche fotografie che si susseguono nel pantheon cinematografico barese (da Margherita Buy a Marcello Mastroianni, da Carlo Verdone a… Ma Pippo Baudo perché?), proprio quando anelate causa languorino delle 13.10 il ricostituente popizza, potreste avere sul collo l’alito acidulo di una figura che, pur senza volerlo, si conficca vampira in ogni cuore felice. Ovvero il critico del cinema. Che non è il critico come artista, fluidamente spinto verso il bene. Ma un critico esorcista proteso a estirpare dallo spettatore caprone la dipendenza atavica dal seno di Edwige Fenech e dagli sculettamenti di Nadia Cassini.
Il critico cinematografico è di sinistra. Anzi no, è pleonastico specificare l’appartenenza. In quanto, se di destra, non può essere un critico. Pure se infarcisce i suoi pezzi con testi suadenti di Beppe Vacca e acri scatarramenti di Luciano Canfora Ghigliottin.


Riconoscere l’onanista concettuale di analisi filmiche non è difficile. Esibisce una postura di penitente sotto la zazzera in cura intensiva. Porta occhiali d’osso spessi, e se sono Ferragamo ne cancella la griffe. I suoi glutei, con terminali angolosi a doppio gradino, sono tendenzialmente introflessi perché macinano di riflesso il perenne sforzo mnemonico del citar scene immagazzinate nei tour de force cinematografici all’ei fu Abc barese, nei cineclub seppelliti, dove era vietato menar l’occhio alla scollatura della vicina cinefila.
Rassegne afgane, bulgare, libiche, garganiche (credo che esista una filmografia prodotta da Emma Marcegaglia a Pugnochiuso, se non è sotto sequestro), joniche (in un film compare Giancarlo Cito unto di grasso di foca e in costume Speedo che tenta la traversata sul mare di cozze tarantino), salentine (tutte dedicate alla pizzica con colonna sonora identica che comincia con zanghe e finisce con zinghe), barese (si vedono soltanto piste ciclabili deserte della nuova amministrazione comunale con cordoli che impantanano tutto e vengono incessantemente ricostruiti), e lucana (ci recitano anche diverse pecore).
Sotto le lenti da quasi regista, e che regista non potrà mai essere, al minimo refolo il critico si schiaffa la dannata sciarpetta color palestinese stinto. Lisa, ma di un liso non del tutto palese. E se tu ieri, dopo esserti sottoposto al «Sacco e Vanzetti» al Multisala Galleria ore 9.30, i tre appuntamenti sul regista di «Novecento», per tirare un respiro, far pausa lo hai interpellato con un «interessante, vero? Mi scusi, ma non ha caldo con quella sciarpa qua dentro?». Egli avrà risposto come sempre: «Ho il torcicollo».


Molte cose nuocciono al critico. L’insidia del riso. Il fatto che tu non sappia chi sono Ulaa Salim e Nadejda Koseva, attesi al Bif&st. Che tu lo abbia fissato con espressione ittica alla domanda: «Ha visto Zabriskie point, Fellini Satyricon, Sussurri e grida?». Che ieri ti sia addormentato dopo pranzo al Galleria in sala 6 guardando l’avvincente «C’è tempo» di Walter Veltroni (è un regista). Che abbia addirittura russato alle 21.15 vedendo il balcanico «The witness» post-bellico. Che tu non critichi minimamente la critica perché di critica e critico a nessuno impipa. Che ti rifiuti di guardare «La bestia» (1975) di quel mattacchione di Walerian Borowczyk, o storie di amputazioni quali «Moebius». E che ti sei perso la scena amena del film d’essai cecoslovacco in cui una infermiera masturba un soldato ridotto in rianimazione a moncherino per ferite di guerra. Che io invece, dopo quarant’anni, ancora non riesco a rimuovere completamente.

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