L'Eremo di Molfetta accoglie stasera 23 gennaio Mecna, con una tra le tappe più attese del «Terapia Club Tour 2026», che riporta il rapper nella sua Puglia (è originario di Foggia) pronto a presentare l'ultimo album uscito lo scorso ottobre, Discordia, armonia e altri stati d’animo. Un disco in cui ha scelto di rallentare, scavare, lasciare spazio alla scrittura, costruendo canzoni che sembrano appunti privati ma finiscono per diventare messaggi collettivi. Sempre riconoscibile la cifra stilistica di Corrado Grilli, questo il vero nome: un rap emotivo, mai urlato, fatto di immagini intime, atmosfere soffuse e una scrittura immediata.
Corrado, il tour si chiama «Terapia», in qualche modo la musica, il lavoro, la scrittura sono stati terapia nella sua vita?
«In realtà sì, anche un po' senza volerlo. Il tipo di musica che mi sono trovato a fare, perché è uscita in maniera abbastanza naturale, parla molto di me. Non la definirei autobiografica, però c’è tanto della mia vita dentro. Scrivendo determinati brani e pensieri mi sono accorto dopo che, in qualche modo, mi servivano davvero. È bello chiamare un tour Terapia anche per le persone che vengono: quello che mi arriva è l’idea di una terapia di gruppo, è bello dal palco vedere il feedback positivo».
Già il titolo del disco uscito a ottobre, Discordia, armonia e altri stati d’animo, racconta tanto di un lavoro che ruota intorno alle emozioni. Come l’ha costruito, qual è stato il percorso?
«Dopo tanti dischi avevo voglia di concentrarmi al 100% su qualcosa che mi facesse stare bene. Ho voluto fare un lavoro accogliente innanzitutto per me. Poi le persone lo hanno recepito in maniera entusiasta, quindi sono soddisfatto. Ho capito che quando le cose escono di getto – perché questo disco ha avuto una gestazione lunga, ma i brani che ho tenuto sono quelli nati velocemente – di solito funzionano. La scelta del titolo serve anche a far capire subito che è un disco con un’identità ben precisa, con temi che vanno un po’ in profondità: una specie di dichiarazione di intenti, tipo "non ti aspettare di ballare"».
Lei ci ha abituato a una scrittura molto dosata, sa usare molto bene le parole. In questo disco la scrittura è davvero al centro: come lavora sui testi? Prende appunti, scrive in posti particolari?
«Il rapporto con il testo l’ho un po’ riscoperto negli ultimi lavori. Non che prima l’avessi lasciato perdere, ma mi ero buttato di più a sperimentare su suoni, melodie, e sull’estetica della musica. Ultimamente, anche grazie all'EP Introspezione, ho riscoperto la bellezza di iniziare a scrivere un testo e vedere dove ti porta. Non ho un posto preciso: l’importante è che ci sia la musica. Io parto sempre da quello, se non c’è è difficile che io scriva».
Nel tour c’è anche una data a Londra, il prossimo 8 febbraio al Colours Hoxton. Come sarà suonare all’estero, davanti a un pubblico diverso?
«Secondo me è una bella situazione, all’estero siamo tutti un po’ uguali, ci riconosciamo. Non nella differenza, ma nell’essere lì. Di solito sul palco c’è sempre un po’ quell’imbarazzo tra chi sta su e chi sta giù, invece in una situazione così credo che ci sarà un’atmosfera molto più "di famiglia". Non vedo l’ora».
A livello di ascolti, che tipo di ascoltatore è? In questo disco ci sono riferimenti internazionali, Bon Iver, Dijon, Dominic Fike... magari anche tra gli italiani ascolta qualcosa?
«A me piace il rap in tutte le sue forme, anche quelle che magari non ti aspetteresti da me. Sono innamorato di questo genere da sempre. Però non disdegno tutto il resto: soul e tutte le declinazioni che il rap abbraccia. In Italia mi piacciono molto i cantautori nuovi, Prima Stanza a Destra, Faccianuvola. Sono realtà che hanno grandi potenzialità e che prendono anche dal linguaggio del rap italiano, cresciuti con quel mondo. Si sta creando un bel movimento e credo che ci saranno tanti altri capaci di esprimere questa commistione, che secondo me è sempre vincente».
Il rapporto con la Puglia, sua terra d’origine, com’è?
«La mia famiglia è a Foggia, dove sono cresciuto. Il rapporto è sempre particolare, perché tu cambi, le cose cambiano, ma allo stesso tempo quando torni è come se rimanesse tutto uguale. Ti senti di nuovo un ragazzino. Queste sensazioni poi entrano sempre nei dischi: c’è spesso il tema del viaggio, della lontananza. Io per forza di cose devo viaggiare anche solo per ritrovare la famiglia, quindi questi temi ritornano sempre».
Il periodo ci impone un'ultima domanda. Sanremo: ci andrebbe? Lo vede come un palco che le piacerebbe calcare?
«Non credo sia da demonizzare. Andarci per portare una canzone davvero tua, che non esca dal tuo mondo, ha senso. Non amo invece l’idea di dover passare per forza da lì per fare delle cose. Ultimamente sembra che se non vai a Sanremo non esisti, ma secondo me c’è tanto altro. Fa parte del gioco, siamo in Italia: è un palco che fa comodo a tutti, ma non sono ipocrita, a volte sembra che esista solo quello».
















