Come nasce l’idea di «Sotto la panca» e cosa rappresenta per voi questo cambio di prospettiva?
«L’idea è nata in macchina, durante un viaggio. Stavamo tornando da una data del tour nel 2024 e con noi c’era Federico Massimi, che è la persona che si occupa di tutta la parte visual e della direzione artistica del progetto insieme a noi: parte creativa, foto, video, grafiche e tutto il resto. Un supereroe, insomma. Come spesso succede in quei momenti, parlavamo di idee, punti di vista, di quello che avremmo voluto costruire e raccontare nel nuovo album. Si fantasticava su possibili titoli e suggestioni varie. A un certo punto è stato proprio lui a proporre: “Sotto la panca”. Ci è piaciuto subito. Non c’è mai stato un vero e proprio cambio di prospettiva: più che altro è stato un modo per allargare la visuale, guardare le cose da un’angolazione diversa».
Se questo disco invita a «guardare il mondo da un gradino più in basso», in che modo questa scelta si riflette nella scrittura e negli arrangiamenti?
«In realtà seguiamo più o meno la stessa formula fin dall’inizio: facciamo quello che ci piace. Seguiamo l’ispirazione, il desiderio, l’istinto, e soprattutto la necessità di lanciare un messaggio. Ci chiediamo cosa si può sposare meglio, a livello di suono, con il concetto che vogliamo esprimere. Ovviamente poi sulla scelta definitiva influisce molto il gusto personale».
Vi definite una band dal «pop schizofrenico»: quanto è ancora una definizione ironica e quanto è diventata una cifra stilistica consapevole?
«Una volta la rivista Rockit ci ha definiti così, e la cosa ci è piaciuta molto. L’idea di genere musicale è un concetto che ci sta un po’ stretto, per cui lasciamo che siano i critici e giornalisti ad associarci ad un genere piuttosto che ad un altro. Quella definizione nello specifico però ci è piaciuta molto, perché diversa dalle canoniche etichette che si sentono in giro, l’abbiamo effettivamente sentita nostra, motivo per cui l’abbiamo accolta volentieri, senza mai dimenticare però che nel nostro lavoro continueremo a seguire sempre la stessa logica: fare quello che ci viene naturale fare».
«Spoiler», «Benito» e «Sushi 3000» hanno avuto grande riscontro: ci raccontate come è nata la collaborazione con Domenico Bini?
«La collaborazione con il Maestro Bini è nata davvero per caso. Eravamo in studio mentre registravamo il disco e stavamo lavorando proprio a "Spoiler". Tutti avevamo la sensazione che mancasse qualcosa, ma non era semplicemente una nuova strofa: serviva una scossa. Il brano era nato fin dall’inizio con l’idea di avere un featuring. Abbiamo cercato a lungo la persona giusta, ma non riuscivamo a trovare la soluzione. Alla fine il nostro fonico, Claudio Esposito, mentre trafficava al mixer ci dice: “Qui ci starebbe benissimo Domenico Bini”. Ci siamo guardati tutti negli occhi senza dire una parola. A quel punto io — Iacopo, il frontman — ho detto: “Datemi un paio d’ore”. E da lì è nato tutto. Va anche detto che il Maestro Bini è una persona gentilissima e molto disponibile. È stato un grande onore e un piacere lavorare con lui».
Nei tredici brani convivono satira, nonsense, cultura pop e riferimenti politici: come riuscite a mantenere equilibrio tra leggerezza e pensiero critico?
«Semplicemente cercando di non dimenticarci mai di ridere. Di trovare sempre l’ironia nelle cose. Non è sempre facile, anzi. Però a noi viene abbastanza naturale, perché quello che facciamo e raccontiamo non è costruito: rispecchia abbastanza fedelmente chi siamo e il modo in cui guardiamo il mondo».
Il riferimento al “pinguino nichilista” - riferimento a un celebre meme ispirato al documentario del regista Werner Herzog - è diventato una metafora centrale del progetto: cosa vi affascina di questa immagine e perché vi rappresenta?
«Innanzitutto anche il solo fatto che è un pinguino, e noi per gli animali abbiamo sempre un debole a prescindere. Ma, battute a parte, è anche un discorso di comunicazione: è stato un meme molto potente da un punto di vista del significato che gli è stato attribuito. Si sposa perfettamente con il concetto alla base di tutto il disco e cioè che non esiste un momento giusto o sbagliato per compiere le proprie scelte, quello che per gli altri sarebbe “un percorso prestabilito”, ma l’importante è provare a seguire quello che ti fa stare bene davvero».
Il club tour 2026 accompagnerà l’uscita del disco: cosa dobbiamo aspettarci dai live e quanto cambieranno le nuove canzoni sul palco rispetto alla versione in studio?
«Di sicuro nei concerti c’è sempre qualcosa in più, anche se cercheremo di rimanere abbastanza fedeli a quello che abbiamo creato in studio: oltre alle nuove canzoni e a una scaletta rinnovata, ci sarà anche uno show nuovo. Ma non vogliamo dirvi troppo. Preferiamo invitarvi a venire a vederlo — e poi magari sarete voi a dircelo».
CALENDARIO
-
28 marzo – Futuro Imperfetto, Pescara (release party)
-
2 aprile – Traffic Live, Roma
-
9 aprile – Florentia Rock Live, San Benedetto del Tronto
-
11 aprile – Magazzini sul Po, Torino
-
16 aprile – Rock’n’Roll, Milano
















