Lunedì 13 Luglio 2020 | 10:00

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Daniele Di Maglie, tarantino di nascita e barese d’adozione, è sicuramente uno degli autori più attenti e ricercati che la Puglia abbia espresso negli anni. Con la sua penna racconta storie in cui è facile ritrovare l’impegno, la creatività e poesia, qualità che per un cantautore sono fondamentali. Laureato in Scienze Politiche, Di Maglie ha all’attivo una considerevole attività live, ha diviso il palco con noti artisti nazionali e internazionali (ricordiamo alcuni Bob Dylan, Moni Ovadia, Sergio Cammariere) e ha ricevuto premi e riconoscimenti prestigiosi. Ha all’attivo tre album, l’ultimo dei quali pubblicato a fine 2018 dal titolo La mia parte peggiore (Digressione music) sostenuto da Puglia Sounds. Undici canzoni costruite sul tema del conflitto e della crescita, ma personale e irrimediabilmente politico. Abbiamo chiesto a Di Maglie, come reagirà artisticamente dopo la pandemia.

«È stata tremenda. Non ho partecipato ai flash mob dai balconi né mi sono unito ai cori con l’inno nazionale: trovavo tutto molto surreale. A spaventarmi non era tanto il virus quanto gli effetti collaterali della sua epifania dirompente: dalle restrizioni, alla caccia agli untori, al dissesto economico, alle dirette Facebook. Mi sembrava di essere sprofondato improvvisamente nelle trame oscure di un romanzo distopico. Sentivo dire in giro che il dramma collettivo ci avrebbe resi migliori, imponendo un ripensamento complessivo e strutturale della società e dei suoi apparati, ma alla fine ne stiamo uscendo peggiori, tutti. La pandemia ha tirato fuori il lato oscuro di questo nostro miserabile mondo. Come al solito ho reagito scrivendo canzoni, puntando universi per me più accomodanti. A brevissimo uscirà, su tutte le piattaforme digitali, un nuovo brano: Dipiciemme!».

Siete definiti invisibili, pensa che questa pandemia porterà a un miglioramento?
«È sempre stato così, ben oltre l’emergenza sanitaria. È stata l’ennesima riprova di quanto poco considerato e “stimato” sia il settore dello spettacolo e della cultura in questo nostro Paese. Credo sia un vero e proprio archetipo: l’artista è un sognatore, conflittuale e poco accomodante, perdigiorno, come la cicala della favola di Esopo».

Come immagina il suo ritorno?
«Già, nemmeno il tempo per me di smaltire la sbronza di La mia parte peggiore che è arrivato il finimondo. È stato un disastro, penso a quei musicisti, teatranti, operatori culturali che improvvisamente, per mesi, non hanno più avuto la possibilità di lavorare e produrre reddito e che ancora adesso stentano a ripartire. Il Governo non si occupa delle “cicale”, questo è chiaro. Per quel che mi riguarda, spero di tornare quanto prima a fare concerti perché la dimensione live, quando si riempie di reciproci ascolti ed empatia, è un privilegio che va assaporato, trangugiato, digerito fino in fondo. Sto preparando, tra l’altro, un nuovo disco che dovrebbe sganciarmi dal “solipsismo” esasperato dei tre precedenti lavori».

Come vede il futuro della musica?
«Male, se pensiamo che la musica sia un dono piovuto dal cielo, se non si ripaga economicamente il lavoro che c’è dietro, specie se consideriamo che la cicala non sopravvivrà all’inverno. Il futuro della musica è intimamente correlato al futuro dei musicisti: sosteniamoli e avremo garantito un futuro per la musica».

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