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BARI - La recente scomparsa del musicista inglese Keith Tippett, morto ad appena settantatrè anni, ha lasciato senza parole la comunità musicale pugliese, dalla quale il pianista di Bristol, insieme con sua moglie Julie, era particolarmente amato.

Il suo nome, infatti, è stato legato a numerose, importanti pagine della musica creativa suonata in Puglia, soprattutto grazie ai Festival di Noci e Ruvo (il Talos), dove aveva partecipato a numerosi progetti originali, incrociando la propria strada e le proprie idee musicali con quelle di alcuni fra i principali musicisti della nostra regione: fra i tanti Roberto Ottaviano e poi Pino e Livio Minafra.

Non molti ricordano però che la prima apparizione barese di Tippett risale a epoche ancora più remote rispetto a quelle dei due festival di cui s’è detto. E soprattutto è legata a una serie di circostanze che meritano di essere rievocate.

Stiamo parlando del 27 gennaio 1976, una data ormai molto lontana nel tempo e che, almeno per quanto riguarda le cronache jazzistiche baresi, ci riporta ad anni molto particolari. Il Sessantotto non era poi così lontano e proprio il jazz – almeno una parte di esso – insieme con i primi esperimenti italiani di rock progressivo, avevano assunto un ruolo identitario per un mondo giovanile che non aveva nessuna intenzione di riconoscersi nei princìpi delle generazioni precedenti.

A cogliere in città questi nuovi fermenti musicali, c’era anche la Camerata che già da diverso tempo aveva «aperto» al jazz, allargando la propria sfera d’interesse non solo al tradizionale, ma anche a qualche sua espressione più avanzata che in quegli anni, almeno in Italia, era rappresentata da Giorgio Gaslini. Tuttavia nuove e più giovani formazioni premevano alle porte e fra queste c’era il Perigeo, la band formata da Claudio Fasoli al sax, Franco D’Andrea al pianoforte, Giovanni Tommaso al contrabbasso, Tony Sidney alla chitarra e Bruno Biriaco alla batteria. Sebbene il principale riferimento stilistico fossero i Weather Report, non era difficile cogliere nella loro musica anche delle influenze della cosiddetta Scuola di Canterbury. E appunto la Camerata invitò la band a esibirsi per una prima volta il 5 febbraio del 1975 al Piccinni.

Il teatro andò esaurito in un batter d’occhio e gli esclusi furono tantissimi, cosicché si decise di riproporre il concerto un anno dopo, appunto il 27 gennaio del 1976, ma stavolta nel più ampio Cinema Galleria, la cui sala garantiva una capienza decisamente maggiore. Portare il jazz al Petruzzelli sembrava ancora una scelta azzardata, anche perché il pubblico che seguiva quel tipo di concerti era decisamente alternativo, per non dire che, in certe occasioni, bisognava vedersela con i cosiddetti «autonomi» che cercavano di fare la «spaccata» per riuscire a entrare gratis, in ossequio al principio «la musica si ascolta e non si paga». Non a caso, fu sempre il Galleria a ospitare, nello stesso periodo, il primo concerto barese di Gerry Mulligan, la cui musica non era certo di quelle che infiammavano gli animi.

Ma si diceva di Tippett e infatti il pianista figurò sui manifesti nel set di apertura che precedeva l’esibizione del Perigeo. E il suo nome, tranne per quanti, pochissimi, conoscevano la scena inglese - e magari lo avevano ascoltato negli album In the Wake of Poseidon e Lizard dei King Crimson – era pressoché sconosciuto almeno agli appassionati più attempati.

A quell’epoca, Tippett era poco meno che trentenne e attraversava uno dei momenti più focosi della sua stagione creativa. E di quel fuoco offrì un saggio assolutamente esauriente, eseguendo una musica che non faceva sconti a nessuno e persino colpendo selvaggiamente il pianoforte con calci, pugni e con la cintura usata a mo’ di scudiscio.

L’effetto sul pubblico fu a dir poco scioccante: qualcosa di simile a Bari non si era mai vista né sentita, neppure nelle stagioni del Coretto, dove pure il maestro Sasso non mancava di ospitare appuntamenti con la musica d’avanguardia. E se il pubblico rimase allibito, ancor più perplessi restarono gli organizzatori, che arrivarono persino a domandarsi se, prima di pagare a Tippett il cachet pattuito, non fosse stato il caso di assicurarsi che lo strumento non avesse subìto danni.
Ovviamente, andò tutto per il meglio, ma di quei cazzottoni dati da Tippett al pianoforte si parlò a lungo. Molti anni dopo, a Ruvo, qualcuno gli ricordò l’episodio. E Tippett, con fare molto british, si limitò a commentare: «ardori giovanili».

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