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Ad Acquaviva il set anni 30, ma nessuna volle baciare l’attore

Il visionario Orazio Campanella diventò produttore e così nacque «Idillio infranto»

ACQUAVIVA - All’inizio degli anni ’30, la passione per la settima musa nella cittadina essenzialmente agricola di Acquaviva trovava un contenitore d’eccezione nel cinema Reale, situato nell’interno di Palazzo De Mari, l’attuale sede comunale. Tra le pellicole hollywoodiane e quelle italiane, nel cuore della Murgia barese approdava il senso del mito consacrato sulla celluloide.
Fu in questo contesto che un giovane possidente locale, il trentenne Orazio Campanella (1900-1986), con l’hobby della fotografia, riuscì a mettere in piedi una casa di produzione, la «Apulia Cine» e, coinvolgendo l’intera comunità acquavivese e soprattutto amici e conoscenti, realizza il sogno della vita di produrre una pellicola ovviamente in bianco e nero, e muta. Questo secondo aspetto è meno ovvio perché il sonoro aveva già debuttato nella settima arte ma ovviamente per un giovane acquavivese esordiente i costi sarebbero lievitati in modo insostenibile.

Il titolo del lavoro, della durata di 62 minuti, è «Idillio infranto». Regia di Nello Mauri, autore di origini umbre, sceneggiatura di Campanella, Mauri e di Raoul Perugini, un fotografo marchigiano trasferitosi ad Acquaviva che fu anche l’operatore alla cinepresa Zeiss Ikon acquistata in Germania. Molto semplice la trama, ambientata tra i trulli di Alberobello. Maria (interpretata da Ida Mantovani, unica attrice professionista e moglie di Mauri nella vita), la splendida figlia del contadino Berto (lo stesso Mauri), ama riamata Carlo (Pasquale Jacobellis, poi diventato primario ospedaliero), studente fresco di laurea a Bari. Il cuore della ragazza è per Carlo ma questi viene «traviato» dalle mollezze dei costumi corrotti del capoluogo e in particolare dalla seducente Silvana (Dirce Greselin) e d’altra parte il padre di lei l’ha promessa in sposa al possidente terriero Silvestro (Michele Silecchia) con il quale è fortemente indebitato. Maria ne uscirà sconfitta. Una storia figlia dei tempi, quando i matrimoni combinati spesso erano le regola e quelli d’amore l’eccezione. Il film si chiude con una tarantella, che gli conferisce un sapore folkloristico.

Secondo alcuni, alla sceneggiatura avrebbe partecipato Arturo Sebastiano Luciani, uno dei più attenti studiosi del cinema muto italiano, cui è stato intitolato il Teatro comunale di Acquaviva. Gli esterni del lungometraggio furono girati tra Alberobello, Cassano Murge (tra le altre, la scena del padre che caccia di casa la ragazza disobbediente fu registrata sulla scalinata del Convento), Gioia, Santeramo e una Bari in grande spolvero, in particolare tra via Sparano e corso Vittorio Emanuele. Quella Bari che contribuirà a rompere l’«idillio».

Ad Acquaviva, la memoria storica di «Idillio infranto» è Franco Milella, 88 anni, nipote di Orazio Campanella. Ci riceve nella villa di famiglia che è un po’ la culla dei ricordi. Era aprile del 1931 quando terminano le riprese del film. Pensare a un lungometraggio realizzato e prodotto nella provincia barese, nella sua bella cornice di vigneti e silenziosi ulivi, negli anni ‘30 sembrerebbe quasi impossibile. Invece il fascino della celluloide aveva stregato Orazio Campanella.

«Elegante, ricercato, curioso, molto curioso, persona molto generosa. Era davvero un gran signore». Così lo descrive il dottor Milella, nipote per via materna. Mia madre, sua sorella , mi raccontava di zio Orazio e della sua passione per il cinema sin da giovanissimo. Anche se, a dire la verità, di passioni mio zio ne aveva tante come per esempio quella per gli orologi di pregio. Ne possedeva una bellissima collezione. Aveva un carattere esuberante. Da giovanissimo decise di girare l’Europa con alcuni amici a bordo di una sua auto. Sposato, senza figli, rimase vedovo e negli ultimi anni della sua vita mi sono preso cura di lui. Era un piacere stargli vicino per la simpatia. Sinceramente del film mi ha parlato poco. Piuttosto mia madre era quella che mi raccontava di “Idillio infranto”, soprattutto perché fu girato in gran parte a Villa Campanella e nella campagna di proprietà».
Milella è una fonte inesauribile di informazioni. «I componenti del cast erano per lo più di Acquaviva altri, quelli di fuori , alloggiavano tutti nella villa di famiglia. Sullo sfondo del film - sintetizza - il contrasto tra città e campagna e il conflitto sociale delle lotte contadine». Un’opera nella quale le figure femminili impersonano la soggezione al patriarcato a rapporti sociali arcaici.

A questo proposito, Milella rivela: «Le donne protagoniste del film chiaramente non erano di Acquaviva, scherziamo? Quale ragazza all’epoca sarebbe stata disposta a baciare il protagonista? Nessuna! Avrebbe rischiato sicuramente la scomunica». Sa dirci quanto costò la produzione del film? «Se non sbaglio intorno alle 100mila lire», pari a circa 100mila euro di oggi.
Suo zio le parlava del film? «Poco, in realtà. Qualche volta lo faceva proiettare, lo abbiamo anche guardato insieme. Ma per lui era qualcosa di prezioso. Lo custodiva in una cassetta di legno, fatta molto bene per proteggere le quattro “pizze” dall’umidità, in un baule. E lì, in quel baule nella villa di campagna, oggi di mia proprietà, è rimasto chiuso per tanto tempo, fino a quando alla fine degli anni ‘80 fui contattato da Tommaso Lapegna, consulente cinematografico di Roma, e poi da Angelo Amoroso D’Aragona. Mi chiese del film congratulandosi per la cura con cui era stato conservato. Infatti la pellicola non aveva subito alcun danno».

D’Aragona, 61 anni, barese, è uno stimatissimo operatore, cineasta, cultore del cinema d’epoca e restauratore.
Dopo un primo restauro in celluloide, una decina d’anni fa, per conto della Cineteca Nazionale, ha curato la digitalizzazione in 2K di «Idillio infranto», mentre il musicista Nico Girasole si è occupato della sonorizzazione.
D’Aragona rivela: «Venni a conoscenza dell’esistenza del lungometraggio per pura causalità. Un mio amico biologo mi raccontò che in un laboratorio di analisi di Acquaviva aveva conosciuto Franco Milella che gli aveva parlato di questo film muto girato in Puglia da suo zio».

A quell’epoca il futuro restauratore di «Idillio» gestiva uno studio di produzione audiovisiva con due soci. «Presi appuntamento e incontrai Milella ad Acquaviva. Fu molto gentile. Mi introdusse nella villa di famiglia e aprì la cassapanca. Mi colpì subito la sigla “Ufa” sulle bobine. La “Ufa” - spiega - era la celeberrima casa di produzione e di distribuzione tedesca, fondata a Berlino nel 1917. Le quattro “pizze” di celluloide erano collocate attentamente una sull’altra, con una cura straordinaria. Milella mi raccontò che, quando suo zio gliele aveva mostrate per la prima volta come un preziosissimo cimelio, le aveva annusate come se volesse risentire il profumo di un pezzo irripetibile della sua vita».

Ancora: «Insomma di quel film muto si sarebbe persa per sempre ogni traccia se non avessi conosciuto per caso il nipote del geniale Campanella, morto da qualche anno». Orazio Campanella non produsse altri film, mentre Raoul Perugini ebbe una carriera brillante, dapprima collaborando con Angelo Antonelli a Bari (uno dei laboratori fotografici più attivi in tutto il Meridione) e poi approdando a Roma all’Istituto Luce. Pasquale Jacobellis, che era un vicino di villa Campanella, diventò un apprezzato cardiologo e si trasferì anch’egli nella capitale.

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