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I giorni del carcere di Gramsci interpretato dal grande Cucciolla

Il «dietro le quinte», rivelato da Cecilia Mangini, coautrice del film del 1977 ambientato a Turi

Non sarebbe stato semplice. Interpretare un intellettuale a tutto tondo della caratura di Antonio Gramsci era un impegno da assumere con senso di responsabilità. Per giunta, bisognava ripercorrere «I giorni del carcere» con i patimenti fisici, materiali, derivanti dalla privazione della libertà, lo scontro dialettico con i suoi stessi compagni di detenzione che lo condusse all’isolamento politico.

Era necessaria l’interpretazione di un fuoriclasse della recitazione. Di Riccardo Cucciolla, oggi, da chi lo ha conosciuto bene giunge il ricordo di un attore severo, estremamente rigoroso, abituato allo studio. Forse solo Cucciolla, nato a Bari il 5 settembre 1924 e scomparso il 17 settembre 1999 a Roma, avrebbe potuto interpretare Gramsci. Era reduce dal film «Sacco e Vanzetti» del 1971 per la regia di Giuliano Montaldo, in cui recitava al fianco di Gian Maria Volontè, che gli valse il premio per la miglior interpretazione maschile al Festival di Cannes. Cucciolla lì impersonava il foggiano Nicola Sacco, mentre Volontè interpretava il piemontese Bartolomeo Vanzetti.

Cucciolla lo ritroviamo tra l’altro in «Notte sulla città» di Jean-Pierre Melville e in «Borsalino and Co.» in cui incarna la parte del gangster italiano Volpone, antagonista di Alain Delon. Sono solo alcuni esempi della sua immensa arte. Il maestro pugliese ha guidato la scuola di doppiaggio in Italia dirigendo le voci di «Novecento» di Bernardo Bertolucci, «E la nave va» di Federico Fellini, «C’era una volta in America» di Sergio Leone, tra le tante pellicole.

Nel 1977 esce nelle sale «Antonio Gramsci - I giorni del carcere». Lo scenario. L’8 novembre 1926, l’intellettuale sardo viene arrestato dalla polizia fascista dopo avere contribuito a fondare il Partito Comunista d’Italia, il 21 gennaio 1921, a Livorno. Nonostante sia parlamentare, viene rinchiuso nel carcere romano di Regina Coeli. «Non ho mai voluto mutare le mie opinioni, per le quali sarei disposto a dare la vita e non solo a stare in prigione», scriverà a sua madre il 10 maggio 1928. Viene condannato a 20 anni di carcere. Trascorre alcuni anni nel penitenziario di Turi. Il 25 ottobre 1934 Mussolini gli concede la libertà condizionata, viste le sue precarie condizioni di salute. Non avendo libertà negli spostamenti, non riesce a curarsi come dovrebbe. Muore a 46 anni, il 27 aprile 1937, per emorragia cerebrale.

Il film «I giorni del carcere» è diretto dal regista romano Lino Del Fra. Sua moglie, Cecilia Mangini, molese, oggi 93enne, ha collaborato al suo fianco e ricorda ogni dettaglio, dall’alto della sua lucidità. «Rammento tutto benissimo, sono dentro quel film fino alla cima dei capelli. È stata un’impresa veramente straordinaria perché era un soggetto estremamente difficile. Il film tra le altre cose racconta della divisione politica con i compagni di carcere di Turi. Addirittura fu espulso dal partito».

Dietro le sbarre, nella cittadina del Sudest barese, la dialettica con i suoi compagni verte sull’interpretazione della linea politica da seguire. A partire dalla Terza Internazionale del 1928, i comunisti avviano una sfida alla socialdemocrazia, al riformismo, i cosiddetti «socialfascisti». Insomma, fare la guerra al fascismo e alla socialdemocrazia è per loro la stessa cosa.
Gramsci pensa invece che transitare dal fascismo al socialismo implichi un’alleanza temporanea tra tutte le forze politiche antifasciste e la nascita di un’assemblea costituente. Per questa e altre prese di posizione viene isolato all’interno del penitenziario dai suoi stessi compagni di partito, fedeli a Mosca.

Sarà proprio Togliatti a proseguire nel solco tracciato dall’intellettuale comunista scomparso prematuramente.

«In realtà Gramsci - dice Cecilia Mangini - credeva nella rivoluzione, però sempre all’interno di un contesto democratico. Quel lungometraggio non fu una cosa facile, anzi fu un’impresa davvero dura. E poi vinse il Pardo d’Oro al festival di Locarno»,in Svizzera.

Torniamo al maestro barese. «Non dimenticherò l’enorme bravura di Riccardo Cucciolla, un attore fenomenale - racconta la Mangini -. Lui molto tempo prima era stato il mio speaker in numerosi documentari che avevo realizzato. Aveva una straordinaria capacità di interpretare quello che volevo dire - spiega - e di farlo capire agli spettatori, con la sua voce pacata e per niente retorica, così cordiale e amichevole. Sono convinta che i miei documentari hanno avuto successo anche perché c’era la sua voce a interpretarli. Tra noi c’era un rapporto veramente meraviglioso». Ricostruisce la preparazione del film: «Pensando ad Antonio Gramsci, non era facile trovare un attore che potesse interpretarlo anche sul piano fisico. Abbiamo chiesto a numerosi artisti anche stranieri e tutti rifiutavano anche per un altro motivo. Il compenso per l’interpretazione era molto basso».

Cucciolla invece accetta immediatamente. «Ci disse “lo farei anche gratis”. Questa è la dimostrazione di quanto fosse disponibile e bravo. Lui era già reduce da quell’interpretazione straordinaria in “Sacco e Vanzetti” con Gian Maria Volontè. Nicola Sacco visto da Cucciolla era un uomo ripiegato su se stesso mentre Gramsci aveva un carattere veramente imperativo, con una personalità e una capacità di coinvolgimento molto forti. Aveva una preparazione politica e culturale eccellente».
La regista, sceneggiatrice e documentarista molese l’altro ieri ha ricevuto le chiavi della città dalle mani del sindaco Giuseppe Colonna. Pur avendo lasciato la cittadina costiera all’età di sei anni per trasferirsi a Firenze e poi a Roma, vi è ancora molto legata e ci ritorna appena può. Nella sua carriera, vanta un reportage di quattro mesi in piena guerra del Vietnam, al fianco del marito Lino Del Fra, scomparso nel 1997.

Straordinaria la sua narrazione del «dietro le quinte»: «Cucciolla giungeva al mattino sul set che già conosceva a memoria le battute. Poi, con mio marito, sedevano su una panchina e si confrontavano. Riccardo gli diceva come la pensava su una certa battuta e Lino dava la sua opinione». Insomma, era un confronto continuo con il regista. «Pochissime volte si è ripetuto questo meraviglioso rapporto tra protagonista e regista». I soldi per quel film erano centellinati da un meccanismo statale. «Erano molto pochi. Mio marito in quella produzione ci ha rimesso una parte del suo compenso perché voleva un doppiaggio perfetto. Eravamo liberi nel pensiero mentre la Rai aveva soggetti inchiodati, non si poteva uscire da quegli schemi anche perché non dimentichiamo che la tv nazionale in quel periodo era nelle mani dei democristiani e i vertici aziendali erano molto rigorosi nelle loro pretese».

Il film, a parte qualche esterno del penitenziario pugliese, è girato quasi interamente a Roma dove viene ricostruita nei teatri di posa la cella di Gramsci così com’era stata. «A Turi - spiega Mangini - abbiamo girato pochissimo. Noi, a dire il vero, andammo nel carcere e visitammo la cella dove era stato rinchiuso Gramsci. Il carcere però a distanza di così tanti anni era stato completamente ristrutturato e la cella che lui aveva occupato era diventata altra cosa, tutta luminosa, bella, grande». Sul set viene ricreato lo spiazzo dove i detenuti passeggiavano nell’ora d’aria. Ed è lì che Gramsci discute di politica con i suoi compagni fino alla espulsione dal partito. «La rottura avviene rispetto alla politica stalinista. Togliatti c’entrava molto poco, anzi comprese benissimo quello che sosteneva Gramsci», rimarca la nostra eccezionale testimone.

Poi si sofferma sul suo ruolo di coautrice e non solo: «Sono stata sempre accanto a mio marito e facevo davvero di tutto, dall’aiuto sarta all’aiuto truccatrice. Partivo da casa alle 4 del mattino per andare sul set e in estate era stupendo ammirare la luce diafana dell’alba. Cucciolla come persona era pieno di grandi qualità, un meridionale generoso, aiutava gli altri, in una visione della vita per cui ciascuno doveva ricevere quel che gli era dovuto».

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