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Il cinema in puglia

Valentina Cortese, donna senza nome sul set della Casa Rossa di Alberobello

La testimonianza in esclusiva di Annamaria Pugliese: preparavamo lo zabaione alla grande attrice

Alberobello resterà in eterno uno scrigno di storia per diversi motivi. Anche cinematografici. «Donne senza nome» è un film che racchiude un pezzo di storia e che fu girato nel 1949 nella «Casa rossa», ovvero la ex masseria Gigante, con protagonisti Valentina Cortese e Gino Cervi, lei giovanissima promessa artistica, lui già attore maturo di un’Italia che cercava di rimettersi in piedi sulle macerie della guerra.

La grande Storia, quella dei grandi avvenimenti, s’intreccia con le piccole storie. Gli avvenimenti sono un fiume che scende dalla montagna trascinando ciottoli più piccoli, le microstorie. Più l’alveo si allarga, più la pendenza del fiume diminuisce, l’acqua scorre più lenta e i ciottoli delle piccole grandi storie sedimentano sul fondo. La memoria li riporterà in superficie.

Per comprendere la trama del film bisogna risalire alla storia della Casa rossa. A circa 3 chilometri dal paese dei trulli, sulla strada comunale Albero della Croce che conduce a Mottola, c’è un immobile con la facciata di colore rosso. Un sacerdote benefattore, don Francesco Gigante, alla fine dell’800 nel suo testamento l’affida alla comunità perché diventi un istituto tecnico agrario.

Improvvisamente, nel 1940, all’alba della guerra, diviene un carcere fascista. Vi sono rinchiusi militari indiani, ebrei italiani, inglesi, polacchi e cecoslovacchi fino al 1943. A partire dal 1944 e fino al 1946, cambia il colore politico dei detenuti. Il regime fascista è alla disfatta. La Casa rossa ospita prigionieri fascisti pugliesi che avevano ricoperto alte cariche nel regime. Terza fase. La guerra è finita ed è scoppiata la pace. Ed ecco che a partire dal 1947 nella masseria sono imprigionate donne considerate «indesiderabili». Si va dalle ex collaborazioniste di tutta Europa a prostitute e sbandate ma anche clandestini, ladri e vagabondi provenienti dall’Europa centrale e dell’Est.

«Donne senza nome», appunto. Il film narra la vicenda verosimile di Anna Petrovic (Valentina Cortese), giovane jugoslava, che attende sul molo di Trieste l’arrivo di suo marito, prigioniero di guerra. Appena a terra, l’uomo è ucciso da ignoti. Improvvisamente, Anna si ritrova senza documenti, senza storia, senza un nome certificato e senza possibilità di sostentamento. Viene condotta nel campo di concentramento di Alberobello. Aspetta un bambino e la sua angoscia riguarda la sorte che spetterà al piccolo in un ambiente come quel lager così ricco di abiezioni d’ogni genere.

Tenta la fuga, invano. Al momento del parto le compagne daranno vita a uno spettacolo di varietà, cercando di protrarlo il più possibile per distrarre l’attenzione delle guardie. Anna muore dopo avere dato alla luce il piccolo.
Un brigadiere, Pietro Zanini (Gino Cervi, 1901-1974), che a sua volta ha perduto moglie e figlio, dichiara mentendo al proprio colonnello di essere padre naturale del bimbo. L’uomo sarà costretto a rinunciare alla divisa e al lavoro ma il piccolo avrà un genitore. Titoli di coda.

Il contesto storico ispira al regista ungherese 43enne Geza Von Radvanyi (1907-1986) il film dal titolo «Donne senza nome-Le indesiderabili», per la sceneggiatura di Corrado Alvaro (lo scrittore e poeta calabrese, 1895-1956) e Liana Ferri.
Il cast di attori, oltre alla Cortese e a Cervi, annovera Simone Simon, Francoise Rosay, Irasema Dilian, Mario Ferrari. Dopo lunghe ricerche, si giunge alla conclusione che tutte le comparse alberobellesi non ci sono più, purtroppo.

I due protagonisti, Cortese e Cervi, alloggiano ad Alberobello per l’intera durata delle riprese, nel Trullo Sovrano. I proprietari del maestoso immobile sito alle spalle del Santuario dei Santi Medici sono gli eredi della famiglia Pugliese. In particolare, c’è una foto che ritrae la piccola Annamaria Pugliese che nel 1949 ha 7 anni, con la Cortese proprio dinanzi al Trullo Sovrano. Oggi Annamaria ha 78 anni ed è un’insegnante in pensione. «Valentina Cortese ha dormito per non meno di una settimana a casa nostra - ricorda -, non c’erano alberghi all’epoca se non a Bari ma l’attrice non voleva tutti i giorni compiere il tragitto Bari-Alberobello (55 chilometri) e viceversa, per giunta con i mezzi di allora».

Racconta: «Mia nonna si offrì di dare ospitalità alla grande attrice per tutta la durata delle scene. I miei ricordi, se pur non nitidi vista la piccola età, sono autentici. L’attrice milanese (morta l’anno scorso a 96 anni, ndr) era bellissima ed era certamente una persona del tutto diversa rispetto alla star che poi siamo stati abituati a vedere, al cinema o in tv».
Quei pochi episodi sono ben scolpiti nella memoria della signora Pugliese. «All’epoca, non c’era ancora turismo ad Alberobello e ospitare due attori straordinari del calibro della Cortese e di Cervi era paragonabile a un evento mondano».

Proprio Cervi, allora 48enne, con la coprotagonista, sono soliti truccarsi nelle stanze del Trullo Sovrano prima di andare sul set. La Cortese, come si nota in fotografia, è una donna bellissima. Alcuni giovani alberobellesi giustamente si innamorano di lei. «Tra questi, anche un cugino del mio futuro marito. Ogni sera suonava e cantava una serenata sotto la finestra dove la Cortese dormiva, che si affaccia sul prospetto dell’antico immobile».

Ancora aneddoti: «Mia nonna trattava l’attrice come una figlia e ricordo che al mattino le preparava un uovo sbattuto, tanto che nella foto c’è un uomo della produzione accanto alla Cortese e a me piccolina che agitano una tazza con uno zabaione».
Dopo la colazione, dunque, tutti alla Casa rossa per girare. E la raffinata attrice diventava parte delle «Donne senza nome».

«Dietro quel muro comincia un altro mondo. Accidenti che razza di muro, e che ci sono le belve feroci? No, serve soltanto per i cristiani, anzi per tutti i cristiani. I fascisti ci mettevano gli antifascisti, gli antifascisti ci hanno messo i fascisti; i tedeschi gli italiani, gli italiani i tedeschi, a seconda come girava la ruota... la ruota della storia, la guerra, la pace, la politica. Ora è la volta delle donne... è capace che un giorno tocchi pure a noi». Queste parole si leggono sulla sceneggiatura del film.

Da una testimonianza dell’epoca invece si legge: «In un pomeriggio del 14 gennaio giunse su una delle colline che attorniano Alberobello una comitiva di cento donne. Vestivano nelle fogge più strane, alcune con pellicce siberiane, altre con pantaloni da montagna; una sparuta minoranza sfoggiava abiti elegantissimi, ma consunti dal tempo. Parecchie avevano vestiti usuali adattati frettolosamente. Apriva il corteo una piccola tedesca di 23 anni, che recava in braccio un bambino di 22 mesi, mezzo sepolto fra maglie e scialli; lo chiudeva una donna anziana jugoslava e occhialuta, che si sosteneva al braccio della giovane figlia. Fra la tedesca e la jugoslava c’era la rappresentanza dell’Europa centro meridionale: polacche, romene, ungheresi, greche e francesi. Ad eccezione della matura donna jugoslava, tutte erano giovani e generalmente di aspetto piacevole e prosperoso. Erano ad accoglierle a 4 chilometri da Alberobello un commissario di Polizia e uno sparuto nucleo di Carabinieri». Realtà amara.

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