Fra gli ormai numerosi talenti pugliesi che si sono fatti strada lontano da casa, il nome di Giorgio Albanese potrà forse risultare poco familiare a parte dei Lettori, ma il motivo è presto detto. Dopo essersi formato musicalmente al Conservatorio «Piccinni» di Bari e, successivamente, anche al «Rota» di Monopoli, il fisarmonicista ostunese ha scelto di proseguire il proprio percorso all’estero, approdando alla celebre Berklee School of Music di Boston, dove ha studiato con fuoriclasse del livello di Danilo Perez, Joe Lovano e John Patitucci. E il suo soggiorno è stato talmente proficuo che i docenti di Boston lo hanno persino impegnato in veste di assistente alla summer school che la Berklee tiene ormai ogni anno a Umbria Jazz. Tuttavia, pur significativa, l’esperienza americana non deve fuorviare, perché sebbene il jazz resti la stella polare che orienta molti suoi progetti, Albanese predilige muoversi su un territorio decisamente più ampio che abbraccia il jazz tradizionale e quello contemporaneo, al pari della world music, dei linguaggi improvvisati delle estrazioni più varie e persino dell’elettronica.
Forte di una già intensa carriera internazionale e di incontri con i principali maestri del jazz pugliese, Albanese fa ritorno a casa con «When Time Slipped Away», un album registrato in America nel 2024 e ora edito dalla salentina Dodicilune di Maurizio Bizzocchetti. L’idea di partenza, come egli stesso spiega nelle note di copertina, era di creare una ideale sintesi del proprio percorso artistico, attraverso la scrittura per un organico che verrebbe da definire una piccola orchestra: tre fiati, una voce e un quartetto ritmico, a loro volta arricchiti dalla presenza di alcuni ospiti. Ed è proprio la composizione del gruppo a rivelarsi interessante, dal momento che, insieme con il contrabbassista Stefano Battaglia, Albanese è l’unico musicista italiano in un ottetto completato ai sax dall’americano Ethan Klotz e dallo spagnolo Juanito Saus, al trombone dal francese Tino Erdos, al pianoforte dallo slovacco Domas Zeromskas, dalla vocalist iraniana – ma residente a New York – Mahya Hamedi e dal batterista israeliano Nitzan Birnbaum.
E una riflessione si impone su questi ultimi due musicisti poiché, sebbene la registrazione sia stata effettuata quando i drammatici venti di guerra di questi giorni erano ancora lontani, la loro presenza la dice lunga sulla capacità della musica di proporsi come nuovo esperanto di pace del Terzo millennio. Completano poi l’ensemble in veste di ospiti il percussionista giapponese Rafael Heredia Horimoto, il violoncellista spagnolo Queralt Giralt e il flautista americano Yuval Agam. Nei sette brani che costituiscono la scaletta della registrazione, Albanese – che è solista di rango – si mette in luce innanzitutto come compositore attraverso una scrittura gravida di suggestioni orchestrali nella quale il linguaggio per big band contemporanea si fonde sapientemente con colori fusion, mettendo oltretutto in risalto una intelligente eleganza negli impasti timbrici.
«Chi-chi» e «Synthetic Happiness» giocano molto sull’interazione tra i fiati e la voce della Hamedi, rivelando qua e là qualche reminiscenza di Chick Corea; «Thinking About You» è una ballad dai sapori latini, ispirata e malinconica; il ternario e swingoso «Meta Blues» affonda le radici nella tradizione del migliore hard bop contemporaneo, al pari di «Schizofrenie» e «Get There», dei quali si apprezza il solido lessico jazzistico; il conclusivo, ottimistico «Unconditionally» accompagna gli ascoltatori sui «titoli di coda» con la sua melodia dal trasporto mediterraneo. Una buona prova d’autore per un interprete che meriterebbe forse qualche attenzione in più in casa propria, anche per iniziare a sconfessare l’ormai consunta massima latina del nemo propheta in patria.

















