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Un mondo nel verso di Bodini. Il Sud guardato da un altro verso.

Pinuccio Lovero di Mezzapesa

Primefilm - Pinuccio Lovero - Sogno di una morte di mezza estate - Recensione pubblicata sulla Gazzetta del Mezzogiorno del 2 aprile 2008 

OSCAR IARUSSI  


Che qualcuno, tra i produttori italiani in attività, faccia girare un film a Pippo Mezzapesa. Intendiamo un film-film, un lungometraggio con tutti i crismi e i mezzi, per il quale il regista bitontino è evidentemente pronto, maturo. Dopo aver vinto qualche anno fa un David di Donatello per il cortometraggio Zinanà e mentre su You Tube sono ormai sessantamila i contatti fin qui accumulati dal suo Come a Cassano (merito anche della popolarità di Antonio, certo), Mezzapesa presenta stasera in anteprima nella sua Bitonto l’ultima fatica. Il titolo scanzonatamente «scespiriano», Pinuccio Lovero - Sogno di una morte di mezza estate, rivela subito la singolarità della tenace ambizione del quarantenne protagonista: diventare un becchino, o, meglio, esserlo, considerando il rilievo che l’impiego mortuario assume nella costruzione e nella difesa dell’identità del Nostro.

Nei cinquanta minuti circa del mediometraggio girato in digitale, Mezzapesa rinverdisce il genere del cosiddetto «docu-drama», mescolando il documentario e la drammatizzazione della realtà. La sintesi è felice. Merito innanzitutto della sceneggiatura firmata dalla giovane critica e autrice Antonella Gaeta insieme con il regista, nonché delle musiche di Cesare Dell’Anna e Umberto Smerilli, doviziose di echi «alla Nino Rota» innestati - come d’altronde insegnava il Maestro - sulle sinfonie bandistiche consuete nei nostri paesi e delle quali il medesimo Lovero è partecipe come musicista. Già, Pinuccio. La sua straordinaria faccia popolare, contadina, «pasoliniana» e la sua naturalissima confessione sono decisive nella costruzione del film. Lovero, che fin da bambino coltivava il sogno di vivere in un cimitero, finalmente è assurto alla solenne uniforme comunale di necroforo precario nel camposanto di Mariotto. È una frazione di Bitonto distante dalla città pochi chilometri, che pure per Pinuccio costituiscono una distanza psicologicamente abissale, quasi un ingiusto esilio extra moenia.

Egli prende servizio in un’afosa estate pugliese dai colori accesi e densi della bella fotografia di Michele D’Attanasio. Ma - sorpresa! - a Mariotto non muore più nessuno... Sicché il becchino, in maglietta e calzoncini e infradito, diventa un portafortuna dei vecchietti del luogo e intanto attinge alla passate esperienze lavorative, ingannando il tempo come marmista, esploratore di antiche sepolture, giardiniere, ironico custode di tombe e di storie e di memorie. Non si ride di lui, ma con lui.
Nella luce poetica e grottesca del film di Mezzapesa, egli affabula la sua e le altrui vite, là, ai confini della morte che non lo spaventa e non lo seduce. Un uomo sano, che dopo aver perso per strada la fidanzata e aver seppellito la mamma, spera soltanto di sognarla, la madre. Periferico antidoto al declino (del cinema) italiano, Lovero Pinuccio è il piccolo grande antieroe di uno scenario metafisico, una Mariotto rarefatta e circondata dagli ulivi. Efficace il lavoro in montaggio di Andrea Maguolo, produce Paky Fanelli.

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