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E Von Sydow sfidò
la Morte a scacchi

Aveva 90 anni. Protagonista del "Settimo sigillo" e di altri capolavori di Ingmar Bergman

Tu non conosci il Sud

Oscar Iarussi

Oscar Iarussi

Un mondo nel verso di Bodini. Il Sud guardato da un altro verso.

E Von Sydow sfidò la Morte a scacchi

Il settimo sigillo

Sfidare la Morte a scacchi e, in vista dell’inesorabile sconfitta, percepire che l’unica consolazione può venire da una mite famigliola di attori girovaghi, mentre ovunque allignano lutto e abiezione, o piaceri effimeri nel vano tentativo di esorcizzare il Male. E, allora, preservare l’innocenza di quei saltimbanchi, allontanandoli da sé e quindi dalla Morte, prima di abbandonarsi alla misericordia di un dio che altrove Ingmar Bergman definì «tappabuchi». Il film è Il settimo sigillo (1956), fra i più noti dell’opera del regista svedese scomparso nel 2007. Ben oltre la storia del cinema, il protagonista di Il settimo sigillo, il nobile cavaliere Antonius Blok (Max von Sydow, morto ieri a 90 anni), incarna una metafora universale, possente e fragile, della condizione umana. Antonius, reduce dalle crociate in Terrasanta, propone alla Morte (Bengt Ekerot) una partita a scacchi pur di tardare il trapasso: avrà così il tempo di considerare errori e peccati e di pentirsene, ma anche il modo di rivedere la sua fedele sposa.

«Cupo», «psicologico», «tormentato», «antispettacolare», «freddo»... Ecco alcune delle definizioni utilizzate nel bene e nel male per la filmografia bergmaniana: celebrata (vinse tre Oscar e un quarto alla carriera nel 1970), però non altrettanto amata, neppure da tutta la critica. Lo testimonia un’appendice del dizionario «il Morandini», che, fra i cento migliori registi del mondo, colloca Bergman intorno al settantesimo posto. Di contro, genî del cinema quali Federico Fellini e Woody Allen (che gli dedicò «Interiors»), hanno sempre riconosciuto in Bergman un’ineguagliabile capacità di analizzare, scandagliare, illuminare i frammenti dell’esperienza e il mal di vivere, con la poetica, lo stile, l’espressività drammaturgica e filosofica di un classico. Bergman come Pirandello, Kafka, Dreyer, o Strindberg, cui spesso egli s’affratella nel segno/sogno del «Kammerspiel», il dramma da camera con vista sui rigori del Profondo Nord.

L’attore svedese (che qualcuno anglicizzandone il cognome chiama... Von Saidow, il solito vairus linguistico), girò con Bergman una dozzina di pellicole, tra cui Il posto delle fragole, Il volto, La fontana della vergine... Poi la sua carriera si è spostata ad Hollywood oltre che in Europa, da Star Wars all’Esorcista di William Friedkin e in anni recenti anche tanta televisione, dallo storico Quo vadis? a Salomone, dalla Fuga degli innocenti fino alle serie internazionali The Tudors e Il Trono di Spade. Senza dimenticare le prove con Francesco Rosi (Cadaveri eccellenti) e con Valerio Zurlini (Il deserto dei Tartari), entrambe nel 1976 (in Italia sarebbe tornato più volte, da ultimo per la miniserie L'inchiesta di Giulio Base nel 2006). 

Ha scritto Bergman nell’autobiografico La lanterna magica (Garzanti ed.): «La verità è che io vivo sempre nella mia infanzia, giro negli appartamenti in penombra, passeggio per le silenziose via di Uppsala, mi fermo davanti alla Sommarhuset ad ascoltare l’enorme betulla a due tronchi. In verità, abito sempre nel mio sogno e di tanto in tanto faccio una visita alla realtà». Un puer aeternus, meno giocoso del fanciullino romagnolo mai sopito in Fellini, anche perché il piccolo Ingmar cresce con un padre cappellano della corte reale svedese, che gli impartisce un’educazione rigida, legata ai concetti luterani di «peccato, confessione, punizione, perdono e grazia».  Donde l’interesse del Nostro per l’universo simbolico e l’inclinazione verso la pensosità filosofica (Kierkegaard, in primis) che innervano tutto il suo lavoro, insieme alla passione inesausta per la figura femminile. Un gigante lacerato, Bergman. Subì persino l’onta del carcere a causa di questioni fiscali poi chiarite, l’esilio, e un ricovero psichiatrico per depressione. Trovò rifugio - e relativa pace - nella piccola isola di Fårö dove morì. Nella luce del Baltico, sulle spiagge con rocce dalle forme bizzarre, lontano dai mille premi che continuava a rifiutare, solo là riusciva a stemperare la prosa del mondo nella natura, la storia nelle acque, l’angoscia delle scelte nel silenzio.  Il suo cinema è davvero una «sinfonia d’autunno» - non senza allegrezze «primaverili» (fa testo il meraviglioso compendio di Fanny e Alexander, 1982) - che allude all’Europa colta e in declino, tuttavia ancora capace di preservare un candore sorprendente e una tensione verso l’Assoluto che «può» essere più forte dell’angoscia.

Perciò quella partita a scacchi che non possiamo vincere, in fondo non è del tutto persa.

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