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Annoverato nella sfuggente categoria del new italian epic, cioè l’allegoria in salsa pop di vicende della cronaca o della storia recente, Giancarlo De Cataldo se ne sarà stufato. E ha fatto un salto nell’old epic del Risorgimento, vibrante anche in Noi credevamo, il film di Mario Martone co-sceneggiato dallo stesso De Cataldo. L’epica fondatrice di un Paese tutt’oggi incerto e confuso - fratelli d’Italia, l’Italia s’è... mesta - anima infatti I Traditori, il romanzo dello scrittore e magistrato tarantino, romano d’adozione, già in classifica per i tipi di Einaudi Stile Libero (pp. 582, euro 21,00). È un’incursione nel nostro passato remoto, tanto monumentato quanto rimosso nelle sue pulsioni tragiche e prosaiche. Uno sguardo retrospettivo decisamente opportuno nel momento in cui lo stupidario padano sembra addirittura in grado di assumere forme costituzionali. Sebbene non v’è chi appaia capace di spiegare cosa diavolo sarebbe questo agognato federalismo all’italiana, sempre che non si risolva in un semplice calcio nelle terga della penisola, dalle parti del Sud. D’altro canto, impazzano la voglia di revanche sudista, una nostalgia «vandeana», un borborigmo neo-borbonico e un separatismo meridionale beota, che sono l’altra faccia della regressione leghista.

De Cataldo fu tra i primi a esplorare le diversità vere e presunte dei Terroni, come s’intitolava il suo reportage socio-antropologico dedicato a Taranto dei veleni e delle speranze tradite, «provincia e metafora dell’Italia» (Theoria ed., 1995; Sartorio ed., 2006). Adesso I Traditori non nasconde talune differenze radicali fra un Sud istintivo brigantesco «di pancia» e un Nord sabaudo pervaso di intrighi per il potere (oggi si direbbe il contrario: è il Settentrione la parte meno razionale e moderna, più tellurica e primordiale). Ma nel romanzo di De Cataldo è l’Italia nascente tutta, ovvero sia le élites patriottiche sia le cupole mafiose, a coltivare altri scopi, più o meno nobili (quando non ignobili), sotto la maschera dell’anelito unitario. Come rizomi, quei secondi e terzi fini sotterranei o riaffioranti in superficie, strisciano nella storia fino a noi. Fingere di non vederli, cioè non considerare i tradimenti, le ipocrisie, gli oscuri giochi di palazzo, il ruolo di Cosa Nostra, i salti nel vuoto e le passioni sanguinarie del Risorgimento, perpetua un equivoco talmente stracco da non riuscire più a tenere insieme un’identità italiana condivisa. Le lenti scure inforcate per non vedere il male di quel processo storico, impediscono di vedere il bene dell’Italia in fieri.

Parliamo del vigore risorgimentale che qui ritorna alla ribalta, impastato di una straordinaria energia giovanile, della passione inesausta di ragazzi che rimarranno fedeli per tutta la vita a una ribellione, a una vendetta, a una struggente voglia libertaria. Magari, in lande lontane da ogni civiltà, talora «Terra di Nessuno» (come si chiama uno dei personaggi del romanzo, un sardo, rapinoso per fascino). Il Risorgimento rinverdito da De Cataldo ha la forza del cinema western, alla maniera di John Ford che s’interroga lungo la frontiera fra la verità e la leggenda («Se la leggenda diventa realtà, vince la leggenda», L’uomo che uccise Liberty Valance, 1962). Il Risorgimento è delitto non ancora castigato, ma è anche innocenza non del tutto perduta, è economia criminale ed è generosità utopistica. È Cavour che, unico vero statista, ha in mente un disegno razionale per il Paese. Ed è Mazzini, mosso dall’etica del Dovere, repubblicano e cristiano, donnaiolo e scaltrissimo, cosmopolita e poetico, ma anche spietato nel concepire trame, attentati, sollevazioni insensate e fallimentari (estremizzando, quasi un Osama bin Laden ante litteram). Mentre Garibaldi, in una inedita e paradossale prospettiva, emerge dal romanzo in maniera scialba rispetto alla tradizione e all’oleografia storiche.

Il Risorgimento di De Cataldo è amore, è gelosia, è tradimento. Ed è restituito all’«esperienza della modernità» d’un Ottocento vitale perché contraddittorio nelle sue formidabili propulsioni sociali, industriali, femministe, insieme alle persistenze di culture ancestrali, di cui fa fede la strega calabrese proiettata fino ai bordelli e ai salotti della Londra di Dickens e di Marx, nonché dell’esule Mazzini («La Striga»). Figure storiche e personaggi della fiction s’incontrano e si rincorrono dalla Sicilia a Roma a Torino, da Venezia alle carceri inglesi, fra il 1844 e il 1871. Alcuni ritratti restano memorabili. È il caso dell’inquieta e bellissima lady Violet Cosgrave, figlia di un lord orientalista e di una madre indiana, aristocratica e piratesca, suffragetta e socialista, sposa delusa di un combattente della fugace Repubblica romana del 1849, pasionaria sulle barricate di Palermo, madre coraggio e infine donna in fuga per amore del primo spasimante, il nobile veneziano Lorenzo di Vallelaura. Questi è il traditore per eccellenza, dopo che da giovane rivoluzionario sbarcato in Calabria s’era venduto al Borbone per avere salva la vita, diventando una spia austriacante e, addirittura, il delatore absburgico più vicino a Mazzini. Beffardamente, Lorenzo sarà un eroe nella Serenissima alfine italiana (1866), osannato da tutti nonostante c’è chi ne denunci il tradimento e lui stesso sia pronto ad ammetterlo. Ma solo Violet gli crede e lo lascia per sempre.

«Altro che “O Roma o morte!” Commedia, e non tragedia. Questa è l’Italia!». Scritto in stile limpido e avvolgente, con quel respiro «largo» che ha fatto la fortuna di Romanzo criminale (2002), e innervato di numerosi dialoghi nei dialetti regionali, I Traditori ambisce a fare un quarantotto nella storiografia patria. Senz’altro, oltre la delusione e l’amarezza, risveglia un’idea bella e pugnace dell’Italia. Oggi necessaria.

Articolo apparso sulla "Gazzetta del Mezzogiorno", giovedì 11 novembre 2010

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