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Oscar Iarussi

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Ritorno al futurodi Roma capoccia

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«Oggi me sembra che / er tempo se sia fermato qui». Vi ricordate il testo di Roma capoccia? Un giorno bisognerà soppesare il contributo di Antonello Venditti, a partire da quella canzone incisa nel 1972, nella produzione dell’immaginario che ha rinvigorito il fascino della Capitale e il suo mito un po’ perverso. Da Romanzo criminale a La grande bellezza, da Lo chiamavano Jeeg Robot a Non essere cattivo e a Dogman... Roma non è rimasta ferma al profilo «trasteverino» della storica commedia all’italiana o al glamour felliniano della Dolce vita in via Veneto e dintorni. Anzi, negli ultimi lustri la città ha mutato faccia sullo schermo, radicalizzando il carattere «periferico» perfino nell’ultimo film di Verdone, Benedetta follia. Una deriva, come dire?, post-pasoliniana e dal baricentro ostiense che fa di Roma caput mundi / immundi, un motore di storie, volti, visioni, magari vintage e quindi postmoderni.

È il caso anche di Non ci resta che il crimine, diretto da Massimiliano Bruno, che ha sceneggiato il film con Andrea Bassi, Nicola Guaglianone e Menotti, gli ultimi due autori di alcuni dei successi succitati. Una commedia non impegnata e poco impegnativa, però ben scritta e recitata con convinzione e bravura, a partire da un’intuizione che sembra contraddire la strofa di Venditti, invero confermandola. Il tempo non si è fermato qui, ha fatto un salto all’indietro e, guarda caso, ha lasciato tutto com’era.
Finiscono così nel... 1982 tre amici squattrinati, i quali, alla disperata ricerca di un sistema per fare un po’ di soldi, hanno appena varato un inedito tour turistico nei luoghi della banda della Magliana, alle cui scorribande s’ispirò il pugliese Giancarlo De Cataldo per scrivere Romanzo criminale (Einaudi 2002), imprinting narrativo di una stagione.

Attraverso una finestra spazio-temporale, Giallini, Gassmann e Tognazzi si ritrovano in piena euforia Mundial dell’Italia prossima a diventare campione del mondo e, d’altro canto, alle prese addirittura con “Renatino” De Pedis (Dandi), il boss della banda interpretato da Edoardo Leo. A completare il quadro c’è l’amante di quest’ultimo, una ballerina tanto provocante quanto «burina», la brava Ilenia Pastorelli, altro volto stracult della nuova generazione di attori romani, ricorrente da Jeeg Robot a Benedetta follia.

Non ci resta che il crimine, ammicca certo a Ritorno al futuro come ai Duran Duran e ai Kiss in auge all’epoca, e gioca a rifare in parte I soliti ignoti senza boria cinéphile. Intanto racconta le disavventure dei tre (quattro con un amico ritrovato, lo stesso Bruno) nei «favolosi» anni Ottanta rivisitati con scanzonata nostalgia. Si ride di gusto, il meccanismo pop funziona grazie agli innesti di azione, il finale è abbastanza sorprendente e il pubblico sta premiando il film. Non manca la sapida polemica riguardo a una battuta pronunciata da Giallini sulla «mozzarella contaminata di Caserta», che ha suscitato la protesta del Consorzio di tutela della Bufala campana perché «ritenuta gravemente lesiva dell’immagine del prodotto e dell’intero territorio». Ciò detto, Non ci resta che il crimine non è una bufala.

NON CI RESTA CHE IL CRIMINE di Massimiliano Bruno. Interpreti: Alessandro Gassmann, Marco Giallini, Edoardo Leo, Gianmarco Tognazzi, Ilenia Pastorelli. Commedia, Italia, 2019. Durata: 102 minuti

Recensione pubblicata sulla "Gazzetta del Mezzogiorno" del 15 gennaio 2019  

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