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TU NON CONOSCI IL SUD / Cinema

Capri - Revolution,
limoni e libertà
del '900 visionario

Martone fra storia e mito sull'isola azzurra 

Tu non conosci il Sud

Oscar Iarussi

Oscar Iarussi

Un mondo nel verso di Bodini. Il Sud guardato da un altro verso.

Capri - Revolution, limoni e libertà del '900 visionario

Le radici invisibili del nostro presente, ovvero le contraddizioni e le rimozioni dell’identità italiana. Ma anche la bellezza della gioventù con le sue pulsioni e le ossessioni, la baldanza e l’estasi. Sono i motivi fondanti delle ultime opere di Mario Martone, che ora approdano a Capri - Revolution, appena uscito nelle sale, forte del successo all’ultima Mostra di Venezia (al cinema un altro Natale è possibile!). Il film completa il trittico composto da Noi credevamo, che narra la disillusione del patriottismo risorgimentale (2010), e da Il giovane favoloso votato al nichilismo mite e fraterno di Giacomo Leopardi (2017).

In Capri - Revolution - sceneggiato dal cinquantanovenne regista napoletano con la moglie, la storica dell’arte Ippolita Di Majo - si passa dall’Ottocento «superbo e sciocco» iscritto nella Ginestra al Novecento delle masse e delle aspettative di palingenesi alla vigilia della prima guerra mondiale, che si risolverà nella mattanza inaugurale del «secolo breve». Un Novecento invero lunghissimo e per molti versi non ancora terminato. Sicché il polittico cinematografico presto o tardi potrebbe diventare una quadrilogia.

Siamo dunque nei primi anni Dieci del Novecento e sull’isola azzurra frequentata poco prima dagli esuli russi Lenin, Bogdanov, Gorki, Lunacarskij, Saljapin, nonché dal medico e scrittore svedese Axel Munthe che costruì ad Anacapri la magnifica Villa San Michele oggi sede del consolato onorario di Stoccolma (sovrintendente è la giornalista Kristina Kappelin). Capri è insomma una calamita mediterranea delle inquietudini europee, attira e fluidifica le idee «nordiche», magnetizza i desideri erotici e talune perversioni intorno al totem dei Faraglioni. È un eden, certo chimerico, in cui s’infrangono i tabù e molti sognano il futuro.

Tra gli altri, giunge e soggiorna a Capri dal 1910 al 1913, anno in cui vi morì, il pittore tedesco Karl Wilhelm Diefenbach, il quale propugna il comunitarismo, il pacifismo e il nudismo. Alla sua «teosofia» già s’ispirava in parte l’esperienza di Monte Verità ad Ascona, nel Canton Ticino, variamente condivisa da nomi quali Carl Gustav Jung, Isadora Duncan, Max Weber, Herman Hesse, Rudolf Steiner... Ed è subito ‘68, come vedete, implicitamente evocato nel cinquantenario della rivolta studentesca.

Del resto, Martone riserva da sempre una straordinaria capacità di decostruzione storica e politica, spaziando nel tempo di là dalle costrizioni «scenografiche». Se in Noi credevamo una saracinesca e alcuni pilastri di cemento armato punteggiavano la Calabria di metà Ottocento, in Capri - Revolution il «guru» Seybu, ricalcato sulla personalità di Diefenbach e interpretato dall’olandese Reinout Scholten van Aschat, ottiene energia dai limoni come avrebbe fatto l’artista concettuale Joseph Beuys nella sua famosa opera Capri-Batterie, che è del 1985!

L’anelito libertario di Capri del primo Novecento diventa così metaforico di una storia più larga e persistente - il ‘68 e oltre, fino a noi - con le ragioni che spesso «la ragione non conosce» e le inevitabili sconfitte. La figura dell’artista-guida e i corpi nudi danzanti sull’orlo dell’abisso bellico, un abisso che già «guarda dentro di loro» (Nietzsche), affascinano e seducono una pastorella analfabeta caprese, la bravissima Marianna Fontana (ah, le coreografie sono di Raffaella Giordano, le musiche di Sascha Ring e Philipp Thimm).

La ragazza si chiama Lucia e la sua vita verrà stravolta da quell’incontro. Ripudiata dai fratelli dopo la morte del padre, sebbene legata da una sottile complicità con la madre (Donatella Finocchiaro), Lucia impersona il tormento e l’estasi lungo un confine lacerante: famiglia contadina e nomadi dell’arte, piccolo mondo antico e sguardi visionari. Mentre la vampa della Grande Guerra all’orizzonte la strugge e l’infiamma, le porta via il giovane medico socialista-razionalista invaghitosi di lei, e infine la spinge in mare aperto.

L’epilogo infatti mostra Lucia sul ponte di una nave di emigranti verso l’America (difficile non pensare all’oggi), a bordo della quale vediamo l’attore Roberto De Francesco con un uccellino nella gabbietta, omaggio «seriale» di Martone alla scrittrice Anna Maria Ortese del Cardillo addolorato, un simbolo dell’estraneità alla Storia già presente in Noi credevamo e Il giovane favoloso. Ortese è fra le matrici letterarie del film al pari di Fabrizia Ramondino e di Elena Ferrante, visto che la protagonista nel momento clou indossa un vestito rosso come quello dell’Amore molesto.

Seguendo tale fil rouge, che è piuttosto «il segno rosso del coraggio», per dirla con Stephen Crane, Capri - Revolution s’inoltra nel labirinto là dove la Storia trasecola dinanzi al Mito, esce di... secolo e di senno per librarsi in un campo tragico, quindi insolubile, eppure non privo di una paradossale, formidabile dialettica. Un tema ricorrente nelle regie teatrali di Martone, che qui in fondo rilegge in chiave ribellistica «la social catena» leopardiana.

«Nessun uomo è un’isola», vero, ma solo certe isole e certe passioni possono ricordarcelo: Capri, revolution.

CAPRI - REVOLUTION di Mario Martone. Interpreti e personaggi principali: Marianna Fontana (Lucia), Reinout Scholten van Aschat (Seybu), Donatella Finocchiaro (madre di Lucia), Antonio Folletto (giovane medico dell’isola). Drammatico, Italia, 2018. Durata: 122 minuti

Recensione apparsa sulla "Gazzetta del Mezzogiorno" di sabato 22 dicembre 2018

 

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