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Non c’è solo Matera, cara al cinema dal Vangelo secondo Matteo di Pasolini a The Passion di Mel Gibson, e oltre, fino a noi. È davvero tutta un set la Basilicata coast to coast, per dirla alla maniera del bellissimo film di Rocco Papaleo che nel 2010 l’ha consacrata come terra di cinema, con una ironia e una leggiadria pari alla sua... Potenza. Così è fin dai tempi di L’Italia non è un paese povero (1960) del grande documentarista Joris Ivens, il leggendario «olandese volante», prodotto dall’ENI di Enrico Mattei. La pellicola raccontava le trasformazioni in atto nel Paese e la «rivoluzione energetica» nella pianura padana, ma anche in Lucania. L’Italia non è un paese povero vide al lavoro i fratelli Paolo e Vittorio Taviani, l’aiuto regista Tinto Brass ancora lontano dalle scorribande nell’erotismo che lo avrebbero reso famoso e Alberto Moravia come autore dei testi. Fra l’altro, Ivens testimoniava lo stato di miseria e degrado dell’infanzia in una Basilicata ancora arcaica, molto simile a quella raccontata da Carlo Levi nel suo classico Cristo si è fermato a Eboli (1945), che diventerà un film di Francesco Rosi, protagonista Gian Maria Volontè (1979).

Proprio grazie a Rosi, il cinema non si è fermato a Eboli, ovvero non ha smesso di interrogare il Sud e di interrogarsi lungo il confine «mobile» e arduo tra luce meridiana e ombre della storia, «tra la miseria e il sole» secondo una definizione di Albert Camus, tra le rovine del passato e un futuro incerto. Un’essenziale caratteristica della sua filmografia è la passione per il Sud non come luogo comune folcloristico o nostalgia delle tradizioni perdute, che invece echeggia in Pasolini. Tutto il cinema «civile» di Rosi guarda verso Sud e in particolare verso la Basilicata, sin dal lontano C’era una volta (1967), favola secentesca con Sophia Loren e Omar Sharif, una sorta di Cenerentola nel Sud dominato dagli spagnoli, in cui appare anche «il santo che vola», Giuseppe da Copertino. E poi, appunto, Cristo si è fermato a Eboli dall’omonimo romanzo sul confino di Levi durante il fascismo e il lessico familiare negli «anni di piombo» del terrorismo politico di Tre fratelli (1981), con Philippe Noiret, Michele Placido e Vittorio Mezzogiorno.

Nel libro-intervista Io lo chiamo cinematografo, una lunga conversazione fra Rosi e Giuseppe Tornatore (Mondadori, 2012), il regista scomparso a 93 anni nel 2015 ripercorreva la sua carriera e tesseva l’elogio della Basilicata e dei suoi abitanti: «Gente orgogliosa, lavoratori, gente che parla poco, che sembra venire da un’altra cultura, consapevole del valore di un contadino, del valore della terra». Rosi confidava infine un sogno nel cassetto, anzi nell’armadio dei film non fatti (lo teneva in camera da letto): «Io chiuso in una masseria a cercare un’idea per raccontare l’Italia di oggi. Fatti, personaggi, opinioni, che riescano a rappresentarla in un film di cui trovare la chiave narrativa. Un giudice, un giornalista, un contadino, un regista...». Dove pensava di ambientarlo? «In Lucania», naturalmente.

Forse nella regione c’è davvero «l’albero della vita» (The Tree of Life), che negli anni scorsi ha spinto il regista americano Terrence Malick - autore irregolare, visionario e filosofico - ad andarsene a zonzo nelle lande più brulle della Basilicata, scoperta magari grazie a Francis Ford Coppola che nella Bernalda avita ha aperto un resort esclusivo. E se negli anni ‘60 la Maratea «perla del Tirreno» divenne location di commedie come A porte chiuse di Dino Risi e La vedovella di Silvio Siani, tocca a Palazzo San Gervasio ospitare un film che farà epoca come I basilischi, opera prima di Lina Wertmüller (1963). I basilischi racconta il Sud attraverso lo sguardo caustico e appassionato di un’autrice originaria del paese, riservando battute che sono diventate proverbiali. Una fra tutte? «La risposta tra tre giorni», dice una ragazza al giovanotto che la vorrebbe come fidanzata.

Maratea dominata dalla statua del Redentore è di nuovo sugli scudi nel 2000 grazie a Piero Chiambretti in Ogni lasciato è perso, mentre Gabriele Salvatores ambienta nel Vulture Melfese le sequenze solari ed angoscianti del suo capolavoro, Io non ho paura (2002), tratto dal romanzo omonimo di Niccolò Ammaniti. Ed eccoci all’on the road di Papaleo, un western, anzi un southern da Maratea a Scanzano Jonico, con sosta ad Aliano e omaggio al genius loci Carlo Levi. Mentre lo stesso Papaleo è uno dei Moschettieri del re a zonzo per calanchi e boschi lucani nel film di Giovanni Veronesi da Dumas, con Rubini, Favino e Mastandrea. 

Sugli schermi non manca una biografia dell’anarchico Giovanni Passannante che attentò senza fortuna alla vita di Umberto I di Savoia nel 1878, motivo per cui il suo comune nativo, Salvia, fu rinominato Savoia di Lucania (qui e a Rivello si sono svolte le riprese del film Passannante di Sergio Colabona nel 2011). Verso il Pollino si spinge Luigi Sardiello in Il pasticciere (2013); invece fra Armento e Satriano il giovane Michelangelo Frammartino nel 2013 gira Alberi, favola naturalistica e antropologica memore di Ernesto De Martino, che ha folgorato il pubblico di New York (la video-installazione fu a lungo esposta al MoMa).

La Basilicata è ancora la suggestiva e straniante Terra bruciata del notevole film di Fabio Segatori, girato fra l’altro in Val d’Agri, che lanciò la pugliese Bianca Guaccero nel 1999. Lo stesso Segatori ha di recente dedicato un documentario a Gerardo Guerrieri, critico e drammaturgo originario di Grottole, figura cruciale nel teatro italiano del dopoguerra. Laddove Montedoro (2016) del potentino Antonello Faretta, interpretato con passione autobiografica da Pia Marie Mann, narra la storia di un’americana in cerca della madre naturale, nello scenario «apocalittico» di Montedoro (Craco), dove Appennino e memoria sono quasi sinonimi.

Ma la Basilicata è anche una terra «duttile» rispetto a generi diversi, che ammalia ed ispira. Nel frattempo la Lucana Film Commission diretta da Paride Leporace e la Fondazione Matera-Basilicata 2019 vanno propiziando nuove occasioni. E di recente è tornato da queste parti il regista iraniano Mohsen Makhmalbaf per girare il suo prossimo film che si avvarrà anche di storie proposte dai «cittadini culturali».

«Quando vedi la Basilicata, vedi la terra come doveva essere agli albori», ama dire Coppola. Un ciak arcaico per il domani.

Articolo pubblicato sulla "Gazzetta del Mezzogiorno" del 23/09/2018

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