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di Nanni Moretti

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Tu non conosci il Sud

Oscar Iarussi

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Un mondo nel verso di Bodini. Il Sud guardato da un altro verso.

"Santiago, Italia"di Nanni Moretti

«Io sono arrivato, come esule, in un Paese che aveva fatto la guerra partigiana, difeso uno statuto dei lavoratori. Sono arrivato in un Paese che era molto simile a quello che sognava Allende in quel momento lì. Oggi viaggio per l’Italia e vedo che l’Italia assomiglia sempre di più al Cile, nelle cose peggiori del Cile...». Già, Santiago, Italia di Nanni Moretti - uscito giovedì e da oggi in sala a Bari - è un film di ottanta minuti in cui si specchiano il passato e il presente di due realtà geopolitiche assai lontane, attraverso il drammatico diario di donne e uomini che intrapresero il viaggio forzoso dalle Ande agli Appennini.

«Esilio», è la parola giusta, appunto. Il virgolettato iniziale appartiene all’imprenditore Erik Merino, uno degli esuli intervistati da Moretti sulle loro esperienze prima, durante e dopo il colpo di Stato dei militari cileni, l’11 settembre 1973, cui Ken Loach dedicò uno degli episodi del film collettivo 11’09’’01 - September 11 del 2002. Ma sono tanti i titoli sul Cile anni Settanta, dalla trilogia The Battle of Chile di Patricio Guzmán a Missing - Scomparso di Costa-Gavras, a Post mortem di Pablo Larrain.

A essere rovesciato manu militari fu il legittimo governo del socialista Salvador Allende, il primo e forse unico leader marxista salito al potere tramite libere elezioni, nel 1970, a capo della coalizione di Unidad Popular. Nazionalizzazione del rame, scuola per tutti, lotta effettiva alla povertà con la distribuzione gratuita di mezzo litro di latte al giorno per ciascun bambino... E una contagiosa felicità nelle strade. Questi alcuni dei fatti che spaventarono gli Stati Uniti, spingendo il presidente Richard Nixon e la Cia a rinverdire - invero ad arrossare nel sangue - l’ottocentesca «dottrina Monroe» sull’America del Sud come «cortile di casa».

Perdipiù il generale Augusto Pinochet, che guidò il golpe, mise in campo una ferocia inusitata persino a quelle latitudini tristemente abituate al pronunciamiento dell’esercito, giungendo a far bombardare dall’aviazione il Palacio de La Moneda, la residenza presidenziale di Santiago. Allende si tolse la vita o venne assassinato (un mistero mai chiarito), mentre cominciavano i giorni - anzi, i lunghi anni fino al 1990 - delle torture, degli omicidi politici, dei desaparecidos, delle disperate fughe.

L’eco di quella storia terribile attraversò gli oceani e giunse assai forte in Italia dove il Partito comunista di Enrico Berlinguer, temendo uno «sbocco cileno» per la nostra fragile democrazia, varò la stagione del «compromesso storico» con la Dc.

Questo lo sfondo epocale del documentario di Moretti, che a un certo punto, intervistando uno degli aguzzini tutt’oggi incarcerato, dichiara tanto laconico quanto netto: «Io non sono imparziale». E lo ripete: «Io non sono imparziale». In effetti Santiago, Italia si tiene alla larga da qualsivoglia presunta «distanza» dai fatti, adottando piuttosto una prossimità solidale verso i testimoni, con il loro portato di emozioni e di sentimenti ancora vividi. I ricordi a tratti sfociano in commozione, strozzano la voce, danno adito a sguardi più loquaci di ogni parola.

Davanti alla macchina da presa si alternano i ragazzi di allora, la gioventù spezzata in un giorno; magari registi già noti all’epoca come Miguel Littín e lo stesso Guzmán, e artigiani operai avvocati professori giornalisti (incluso il torinese Paolo Hutter che, ventenne, era in Cile nell’estate del golpe). Tutti raccontano delle violenze subite nella famigerata Villa Grimaldi, dei soprusi, della paura, del coraggio del cardinale cattolico Raúl Silva Henríquez, e dell’eroismo di Allende: «Non ho natura di apostolo né di messia, né di martire. Sono un combattente sociale, non farò un passo indietro». Finché non tocca ai diplomatici italiani che nel 1973 lavoravano a Santiago. Quasi per caso, quei «giusti» decisero di offrire rifugio a centinaia di oppositori, che furono salvi dopo aver saltato il muro della nostra ambasciata.

Santiago, già Italia... E Italia fu per coloro che dopo un po’ la raggiunsero, convinti magari di riuscire a tornare in patria di lì a poco, destinati invece alla «doppia identità» - una ricchezza, dicono i cileni -, a una vita da emigrati a Modena, Roma, Milano o altrove nella Penisola. Profughi ben accolti, circondati dall’affetto e dalla generosità degli italiani che li aiutarono nella ricerca di un lavoro o della casa. Era un orizzonte scandito dalle musiche di Violeta Parra o degli Inti Illimani (El pueblo unido jamás será vencido), dalla solidarietà di Gian Maria Volontè e dai versi di Pablo Neruda, grande amico di Allende, morto il 23 settembre 1973.

Quell’orizzonte è scomparso. Non restano che memorie quasi impotenti rispetto all’assembrarsi dei rancori o dell’odio intorno all’esule o finanche al naufrago di oggi, sia siriano, africano, pachistano. È il «sovranismo psichico» degli italiani arrabbiati, impauriti e impoveriti, secondo la locuzione coniata dal Censis nel suo rapporto annuale, diffuso ieri. Una cattiveria - sostiene il Censis - che gli italiani alimentano nel (vano) tentativo di sottrarsi alla delusione per la mancata ripresa economica, e che rivolgono contro gli extracomunitari. L’arcaico paradigma del capro espiatorio.

Scrutando da una terrazza le alte vette innevate che circondano Santiago del Cile, Nanni Moretti con questo questo film struggente e militante, bellissimo, in fondo aggiorna una sua celebre frase: «Continuiamo così, facciamoci del male».

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