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«Solo per Bari e zone limitrofe». Era una promessa di esclusiva e un preludio di delizie meridiane (anzi, antimeridiane, vista l’ora) l’annuncio della Signorina Buonasera di turno, fosse Orsomando o Gambineri, che poco prima delle 10 del mattino annunciava la messa in onda del cosiddetto «film della Fiera». E tra le annunciatrici Rai c’era anche Gabriella Farinon, il «viso d’angelo» che avrebbe sposato in seconde nozze l’imprenditore barese Stefano Romanazzi, presidente della Campionaria pugliese nel suo decennio più espansivo verso l’Europa orientale e l’Africa mediterranea, dal 1976 all’85. Già, la Fiera del Levante era una cosa seria, un appuntamento da non perdere sul calendario della pre-globalizzazione, in cui internet era ancora all’orizzonte e le merci e le idee avevano bisogno di luoghi fisici per gli scambi. Del resto, «Civiltà degli scambi» si chiamava la rivista-laboratorio del meridionalismo, edita dalla Fiera dalla metà dei Cinquanta alla metà dei Sessanta, animata, tra gli altri, da Vittore Fiore, Mario Dilio, Giuseppe Giacovelli, Pasquale Satalino, con la grafica di Mimmo Castellano e la direzione di Baldassarre Guzzardo e del prof. Nicola Tridente cui sarebbe stata intitolata la sala del palazzo del Mezzogiorno a lungo cornice delle inaugurazioni nei decenni successivi (oggi quel palazzo è destinato alla Apulia Film House). Correvano gli anni Settanta, anni turbolenti e persino tragici, ma ancora propulsivi per un Paese lungi dal deprimersi, e la Fiera del Levante costituiva l’occasione settembrina per fare il punto sulle questioni economiche dell’imminente autunno, «caldo» per definizione. Il presidente del Consiglio - Andreotti o Rumor, Moro o Colombo - veniva in Puglia per un rito tra i più duraturi e tetragoni della Prima Repubblica.

Ma tutto questo non poteva saperlo chi era un ragazzo nei Settanta, come chi scrive. Per noi la Fiera era una «festa mobile» casereccia, con tappe all’Aida per le leggendarie merendine e al padiglione della Germania Ovest per il panino con il würstel e la senape, prima di intraprendere la lenta «maratona» nella Galleria delle Nazioni, variopinta rassegna di simboli manufatti alimenti dall’universo mondo. Là, defilato in un angolo, non mancava lo stand dell’arcigna dirimpettaia adriatica, l’Albania ultracomunista di Enver Hoxha - satrapo al potere dal 1944 al 1985! -, le cui opere venivano vendute insieme a quelle dell’alleato cinese Mao Tse-tung e ai distintivi del condottiero Giorgio Castriota Scanderbeg, il quattrocentesco eroe schipetaro che aveva fermato i turchi. Ma la visita alla Fiera, con la famiglia o gli amici, durava un giorno (a volte con un bis), mentre i film coprivano l’intero arco della Campionaria, una decina di mattine di vacanza, giacché all’epoca la scuola cominciava il 1° ottobre. Dunque le case si trasformavano in salette cinematografiche, con le tapparelle già o ancora chiuse alle 10, subito dopo la colazione a base di marmellata di fichi o di friselle con i pomodori, a parte le occasionali «Aida» di cui sopra (l’olio di palma delle merendine odierne, se pure c’era, risultava ignoto ai più).

Il gusto stava tutto in quell’annuncio paradisiaco: «Solo per Bari e zone limitrofe» o forse era «zone collegate». Un territorio che non coincideva esattamente con la provincia del capoluogo regionale e che, probabilmente, dipendeva dal raggio di copertura del ripetitore Rai di Monte Caccia, nei pressi di Spinazzola. A Termoli, per dire, nisba. L’unico canale televisivo, Raiuno, che allora dava il via alle trasmissioni soltanto nel pomeriggio con la mitica «Tv dei ragazzi» (non proprio roba da Ps4, sebbene Topo Gigio fosse un genio), accendeva visioni e fantasie in pieno giorno. Invero quei matinée, come avremmo scoperto in seguito, non erano così rari, giacché anche le fiere di Milano e di Roma ne usufruivano. Ma per i ragazzi di Bari e zone limitrofe erano una pasqua di maggio, un’occasione preziosa. Quali film davano? Noi ricordiamo, per esempio, La vacca e il prigioniero (1959), un’amarissima commedia francese ambientata durante la seconda guerra mondiale, con il superlativo Fernandel (morto nel 1971), che nei «film della Fiera» era anche molto presente nei panni di don Camillo, al fianco di Peppone / Gino Cervi.

Ma chiunque interroghiate in proposito, vi citerà uno o più titoli sempre diversi, o si terrà sul vago, forse perché quelle proiezioni - ché tali erano in ogni appartamento - custodivano l’essenza stessa del cinema, la sua magia infantile, lo stupore che non si nutre di acribia, citazioni, date, cast, men che meno di regie e sceneggiature. Nella luce, buio. E dal buio, luce: oh!

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Articolo apparso sulla Gazzetta del Mezzogiorno dell'8 settembre 2018  

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