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TU NON CONOSCI IL SUD

Cecilia, "pasionaria" e visionaria

In mostra a Bari le fotografie della Mangini

Tu non conosci il Sud

Oscar Iarussi

Oscar Iarussi

Un mondo nel verso di Bodini. Il Sud guardato da un altro verso.

Cecilia, "pasionaria" e visionaria

Cecilia Mangini

Ennio Flaiano in piazza del Popolo leva gli occhi al cielo, cercando - forse - l’ispirazione per una massima delle sue: «Il sognatore è un uomo con i piedi fortemente appoggiati sulle nuvole». Invece che sul «solito» set di Cinecittà, Federico Fellini è colto in un interno domestico: seduto alla macchina per scrivere, corregge un testo con la penna d’oca; appare un po’ corrucciato e assorto quanto basta, alla stregua di uno studentello preso dal copiare «in bella» il compito in classe. Vasco Pratolini se la ride di cuore poggiandosi su una «scatola» che sembra un mangianastri. Curzio Malaparte riserva una smorfia di rassegnata serenità, un sorriso spento, nel letto d’ospedale poco prima di morire, nel 1957. Indro Montanelli si porge all’obiettivo carezzando il suo lupo chiamato Gomulka come il leader polacco dell’epoca, quasi a voler esibire una riposta similitudine caratteriale tra padrone e cane.

Sono alcune fotografie scattate nella seconda metà degli anni Cinquanta da Cecilia Mangini, la documentarista nativa di Mola di Bari, oggi novantenne, esposte nella piccola e preziosa mostra «Volti del XX secolo». È allestita fino al 12 giugno nella Mediateca regionale pugliese di via Zanardelli 30 a Bari, struttura regionale e della Apulia Film Commissione che negli ultimi anni è sempre più frequentata, soprattutto dai ragazzi. La galleria di immagini, nell’ambito del ciclo «Sceneggiare!», è curata dal leccese Paolo Pisanelli e da Claudio Domini. Sorpresi in momenti di relax o in contesti significativi, ecco ancora Chaplin, Pasolini, Moravia, Morante, Steinbeck, Carlo Levi, Zavattini, il regista indiano Satyajit Ray, Mario Soldati... Ma c’è anche una folla di volti contadini a raduno per un comizio del Partito comunista italiano a Rutigliano nel 1956: tutti uomini, alcuni con la coppola, ipnotizzati dal sortilegio della macchina fotografica puntata su di loro da una donna!

Una foto in qualche modo apparentabile a quest’ultima viene da un altro mondo possibile/impossibile e fa parte dello straordinario reportage realizzato da Cecilia Mangini ad Hanoi tra la fine del 1964 e il 1965. La cineasta andò nel Vietnam in pieno conflitto con il marito regista Lino Del Fra (scomparso nel 1997), per i sopralluoghi di un documentario che poi non sarebbe stato girato. L’istantanea non fa parte della mostra barese, ma provate a immaginare una piccola folla di bambini ai piedi di una pagoda, l’edificio sacro orientale: sono allegri e, nonostante gli orrori, è come se già sapessero che avrebbero vinto la guerra. «In Vietnam ebbi una gran paura, mi opponevo all’idea di rifugiarmi nei grandi cilindri interrati concepiti per proteggersi dai mortai e dalle bombe. Ma vidi molte cose che altrimenti non avrei capito», ricorda Cecilia, che di recente ha ritrovato, in due scatole di scarpe, un centinaio di negativi e rulli inediti di quel viaggio asiatico. Mangini è tornata in Puglia nei giorni scorsi per una serie di incontri, «scortata» affettuosamente da Pisanelli, regista e animatore del «Cinema del reale» a Specchia, che con lei è stata il mese scorso al Fajr International Film Festival di Teheran. È uno degli allievi o meglio sarebbe dire «discepoli» pugliesi, al pari di Mariangela Barbanente - molese doc - che nel 2013 ha codiretto In viaggio con Cecilia incardinato su Taranto e l’Ilva.

Artista colta e militante, Cecilia Mangini ha collaborato da sceneggiatrice con autori importanti, fra tutti Pasolini e Marco Leto di La villeggiatura (1973), un regista acuto, battagliero e poetico, morto due anni fa e non abbastanza ricordato. Quando le diciamo dei nostri legami con Leto, risalenti ai tempi in cui insegnava al Centro Sperimentale, avrebbe voglia di continuare a parlarne: «La prossima volta che sei a Roma, vediamoci. Ti raggiungo io in centro, guido ancora». In effetti, ci sarebbe da ascoltarla per ore mentre evoca - con estrema lucidità politica, priva di nostalgia - l’Italia e il Sud dell’etnologo Ernesto De Martino e dei canti funebri della Grecìa salentina cui nel ‘60 dedicò il documentario Stendalì (Suonano ancora), o il film La torta in cielo, dalla fiaba di Gianni Rodari. E hanno fatto storia All’armi siam fascisti! con testi di Franco Fortini e regia di Mangini - Del Fra - Lino Micciché, e I giorni del carcere diretto dallo stesso Del Fra, con Riccardo Cucciolla nei panni di Antonio Gramsci.

La passione per la fotografia sbocciò alle Eolie, tra Lipari e Panarea, dove la giovane Cecilia - fiorentina d’adozione dall’età di sei anni - era in vacanza. Che cosa significa essere una fotografa? Non ha dubbi: «Significa spogliarsi di tutte le idee preconcette e andare in cerca... non della verità - la verità non esiste -, ma di qualcosa di più profondo della verità, qualcosa di assolutamente nascosto». Nel laconico lucore di quelle isole allora lontane da tutto, nelle cave di pietra pomice circondate dal Mediterraneo, lo sguardo della Mangini rivela un Sud «a metà strada fra la miseria e il sole» (Albert Camus), come seppero fare soltanto i documentari di Vittorio De Seta o certi reportage narrativi di Dolci, Scotellaro e Cagnetta (l’autore barese di Banditi a Orgosolo).

La macchina fotografica è una Zeiss Super Ikonta con obiettivo Tessar, utilizzata dalla Mangini pure sul set di La legge dell’americano Jules Dassin, a Carpino nell’anno 1958. Alcune di quelle immagini sono nella mostra barese: braccianti reclutati come comparse a tu per tu con una fiera Gina Lollobrigida, e con Paolo Stoppa, Yves Montand, Marcello Mastroianni. Sul set c’era Melina Mercouri, l’attrice greca destinata a diventare ministro della Cultura, che Dassin - nelle foto a torso nudo per il gran caldo - avrebbe sposato in seconde nozze nel ‘66. Tratto dal romanzo La loi di Roger Vailland, ambientato nel paese garganico e tradotto in italiano nel 2002 col titolo Padrone e sotto (L'ancora del Mediterraneo ed.), il film prende corpo mentre l’obiettivo della Mangini rivela curiosità e rassegnazione della gente, dettagli e guizzi dei divi.

Parimenti, sul set di Le fatiche di Ercole a Roma nel 1957, la fotografa coglie in camerino il protagonista americano Steve Reeves - ex Mister Muscolo e campione del genere antichizzato «peplum» - in un atteggiamento che ha del vezzoso, nell’atto di specchiarsi con più voluttà di quanta non ne sfoderi la giovane collega Sylva Koscina, bellissima negli abiti di scena. Mille sfumature di vita quotidiana e di cinema nel bianco e nero di una pasionaria-visionaria.

(Articolo apparso sulla "Gazzetta del Mezzogiorno" il 20 maggio 2018) 

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