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Olmi, il cinema è pane

Da Milano ai "suoi" boschi, alla Puglia, in cerca dell'essenziale

La scomparsa del grande regista di "Il posto", "L'albero degli zoccoli" e "Il villaggio di cartone". Aveva 86 anni  

Tu non conosci il Sud

Oscar Iarussi

Oscar Iarussi

Un mondo nel verso di Bodini. Il Sud guardato da un altro verso.

Olmi, il cinema è pane

Ermanno Olmi con l'autore dell'articolo

«Gli altri fanno i film come se fossero brioche, noi dobbiamo cercare di fare il pane». Il monito di Roberto Rossellini ai suoi allievi francesi della Nouvelle Vague è perfetto per descrivere il cinema di Ermanno Olmi, uomo e artista proteso verso l’essenziale, scomparso ieri all’età di 86 anni. Del resto, Olmi era affascinato dal pane, dalla terra, dalla sobrietà e sacertà dei volti e dei luoghi. Tra questi c’era senz’altro la Puglia, dove per oltre un ventennio trascorse le vacanze estive al “Melograno” di Monopoli, all’epoca di proprietà del suo amico Camillo Guerra. Qui, al lume di candela, prima che la masseria si allacciasse alla luce elettrica, nacque una parte della sceneggiatura dell’Albero degli zoccoli, Palma d’oro a Cannes 1978. Persino negli ultimi anni, nonostante l’incalzare dei malanni, Olmi è tornato in Puglia abbastanza spesso: nel 2010 per ricevere la laurea honoris causa in Agraria a Bari, nel 2011 per il festival “Frontiere – La prima volta” (nell’occasione gli furono date le chiavi della città di Bari dall’allora sindaco Michele Emiliano), nel 2013 per il ventennale della Fondazione «Opera Santi Medici» di Bitonto su invito di don Ciccio Savino, oggi vescovo in Calabria. In quell’occasione tenne anche un incontro nel capoluogo al Circolo della Vela e approfondì le ragioni del suo film Il villaggio di cartone, realizzato a Bari nel 2011, quando aveva ormai deciso di ritirarsi dal set.

Il villaggio di cartone è una mistica elegia interamente girata in una chiesa ricostruita all’interno del palazzetto dello sport del quartiere Japigia, dove si rifugiano alcuni migranti africani. È un racconto quasi profetico, alla luce delle tragedie dei mesi successivi sulle coste di Lampedusa. Immagini cupe e bellissime, un po’ alla Dreyer, nella regione luminosa che per prima aveva sperimentato l’esodo di fine ‘900 con gli sbarchi albanesi e dove la Chiesa di don Tonino Bello e poi dell’arcivescovo barese Francesco Cacucci si è spesa in prima linea per l’accoglienza. Fece discutere la frase sussurrata dal parroco protagonista Michael Lonsdale: «Il bene è più della fede». Almeno quanto l’esergo di Centochiodi (2007): «Le religioni non hanno mai salvato il mondo».

Il grande regista nato a Bergamo nel 1931 - arboreo già nel nome, Olmi – ritrovava dalle nostre parti echi stranianti eppure familiari delle radici lombarde e, forse, un “controcampo” dello sguardo prealpino raffinato sull’altipiano di Asiago, dimora elettiva dove nel 2014 realizzerà Torneranno i prati dedicato ai poveri fanti della prima guerra mondiale. L’autenticità della civiltà contadina narrata in limine mortis senza lo struggimento pasoliniano e la cura riservata alle relazioni fra le persone, più che ai “rapporti di classe”, costituiscono il cuore dell’umanesimo di Olmi. Il quale comincia negli anni Cinquanta come regista di documentari aziendali per la “Edison Volta”, dove lui, “il ragazzo della Bovisa”, aveva trovato impiego. Sono le stagioni in cui letteratura e cinema scoprono la fabbrica nell’Italia prossima al boom economico (Vittorini, Ottieri, poi Mastronardi, Bianciardi, Volponi, Lizzani) e Olmi si trova per caso partecipe di quella corrente “industriale” in debito con le intuizioni di Adriano Olivetti, collaborando con nomi come Pier Paolo Pasolini, Goffredo Parise, Giovanni Testori, Tullio Kezich.

Ermanno Olmi con l'autore dell'articolo, Oscar Iarusii

“Quando ho girato film sul mondo del lavoro, ho sempre avuto in mente come destinatari i lavoratori stessi”, diceva Olmi, che si rivela al grande pubblico con Il posto (1961), storia vera di due ragazzi in cerca di prima occupazione. L’imprinting è rosselliniano, ma il neorealismo è rinverdito da un originale afflato poetico. Il posto è realizzato tra i palazzi della Edison, piazza San Babila dove sono incorso i lavori per la metropolitana milanese e la stazione di Meda da cui parte il protagonista Domenico (Sandro Panzeri). Lei è Loredana Detto, l’attrice che sposerà Ermanno poco dopo e gli darà tre figli, due dei quali fanno cinema, Fabio come direttore della fotografia ed Elisabetta da organizzatore di produzione.

I film successivi sono preziosi nel rivelare vicende e personaggi con un approccio da inchiesta d’autore, nobilmente “televisivo” (oggi estinto). Tra gli altri titoli, ricordiamo E venne un uomo (1965) sulla figura di papa Giovanni XXIII, e I recuperanti (1970) sui montanari alla ricerca di residuati bellici, ispirato dall’amico Mario Rigoni Stern. Del ’78 è il trionfale L'albero degli zoccoli, opera comunitaria e spirituale, favola contadina di fine ‘800 su quattro famiglie che vivono in una cascina della Basà, la Bassa Bergamasca. Interamente recitato in dialetto da attori non professionisti, il film è uno stralcio di antropologia culturale che anticipa la crisi delle categorie marxiste e - oggi possiamo ben dirlo - intuisce il bisogno d’identità locale che poi sarebbe stato avvelenato dai leghisti e sovranisti.

Dopo una malattia che lo ferma per anni, Olmi fa centro nuovamente con un dittico premiato a Venezia: Lunga vita alla signora, storia di un giovane cameriere che s’aggiudica il Leone d’argento nell’87, e La leggenda del santo bevitore dal leggiadro e dolente racconto parigino di Joseph Roth, Leone d’oro nell’88 (nel 2008 la Biennale gli conferirà il Leone alla carriera). Letteraria e panteista è l’ispirazione di Il segreto del bosco vecchio (1993), con Paolo Villaggio, che sublima animali parlanti e storie magiche dalle pagine di Dino Buzzati. Seguono il corrusco Il mestiere delle armi (2001) votato alla morte del condottiero cinquecentesco Giovanni de Medici mentre l'avvento della polvere da sparo scandisce il passaggio alla guerra moderna, e Cantando dietro ai paraventi (2003) sulla pirateria cinese come metafora pacifista, con Bud Spencer capitano di lungo corso. Nel 2007 fa discutere, si è accennato, la parabola evangelica di Centochiodi con il Cristo-Raz Degan ribelle ai libri sacri in nome della beatitudine dei semplici. Olmi tornerà al documentario con Terra madre del 2009 nato dal suo interesse per Slow Food e nel 2017 con il film biografico dedicato al cardinale Carlo Maria Martini, Vedete, sono uno di voi (2017).

A lungo snobbato dalla critica di sinistra in virtù del suo cattolicesimo giovanneo e antidogmatico - invero non lontano dal marxismo nostalgico di Pasolini -, Olmi è stato il regista della Pietà più forte della Storia, l’erede di una tradizione «manzoniana» che ha in Milano una capitale dai vasti orizzonti. Un maestro di riferimento per quanti, dall’Europa all’Estremo Oriente, considerano decisivo il lavoro di “svuotamento” dell’immaginario dalle scorie del feticismo televisivo, in favore della contemplazione il cui etimo custodisce il templum, uno spazio sacro. E’ dunque nella forma, nello stile, nel linguaggio filmico prima che nel contenuto che va ravvisata la religiosità di Olmi. All’origine dell’arte, amava dire in simbiosi con Fellini, “c’è lo sguardo puro dei bambini”. Il che non lo rese meno fattivo, dai tempi in cui con la società “22 dicembre” propiziò esordi di giovani talentuosi (produsse I basilischi di Lina Wertmüller, tra Puglia e Basilicata), fino all’esperienza didattica e antiaccademica di “Ipotesi Cinema” fondata nell’81 a Bassano del Grappa.

Ricordiamo una frase di Olmi: “Osservando il bosco e i suoi misteri apprendo molto di più che navigando su internet… Ha ragione Leopardi: l’anno più bello è sempre quello futuro, ma solo avendo vissuto il passato è possibile scegliere le speranze giuste”.

Ciao Ermanno, incantevole maestro.  

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Articolo apparso sulla "Gazzetta del Mezzogiorno" dell'8 maggio 2018 

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