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TU NON CONOSCI IL NORD

Il campanile nel lago

Note su "Resto qui" di Marco Balzano, nella dozzina dello "Strega 2018"

Tu non conosci il Sud

Oscar Iarussi

Oscar Iarussi

Un mondo nel verso di Bodini. Il Sud guardato da un altro verso.

Il campanile nel lago

«Ti racconterò quello che è successo qui a Curon. Nel paese che non c’è più». Una promessa dolente, sebbene rassegnata, laconica, indebolita al pari di un fiume alpino che tenda a placarsi verso valle. E in una valle dove paradossalmente l’acqua ha inondato tutto, tranne un antico campanile e certi lampi di memoria della lunga lotta contro la violenta mutazione del paesaggio e dell’antropologia culturale di chi viveva lì. Quel campanile che cecovianamente «affiora alla ribalta» nel mezzo del lago artificiale di Resia, tetro e fiabesco, è il simbolo dell’alta Val Venosta, ai piedi dell’Ortles e non lontano dallo Stelvio. Un’area altoatesina (o sudtirolese) tra le più amate e frequentate dai turisti, i quali, alla vista del solitario elemento architettonico del XIV secolo, accostano l’automobile, ne scendono e scattano una foto o un selfie, spesso ignari della storia «sommersa». Il bacino idroelettrico del consorzio Montecatini (oggi Edison) fu ultimato nel 1950, ma il progetto risaliva a trent’anni prima. Così i paesi di Resia e Curon vennero debellati, oltre seicento ettari di terreno allagati, centocinquanta famiglie espropriate dei masi e costrette a emigrare o a vivere nelle baracche. La Repubblica portava a compimento un progetto del fascismo e a nulla valsero gli appelli al trentino De Gasperi o a papa Pio XII grazie all’impegno del combattivo parroco Alfred Rieper (nel libro padre Alfred).

Il campanile ora spicca anche sulla copertina di Resto qui di Marco Balzano (Einaudi ed., pp. 184, euro 18,00), uno dei romanzi più belli degli ultimi tempi, una storia di abbandono e di coraggio sullo sfondo degli eventi «nel paese che non c’è più».
È una madre a pronunciarsi, a confidare che «diventa una vertigine, il dolore. Qualcosa di familiare e nello stesso tempo di clandestino, di cui non si parla mai». Si chiama Trina e immagina di dirlo a sua figlia Marica, scomparsa prima della guerra quando era una bambina, rapita dagli zii o fuggita con loro in Germania, nel drammatico frangente in cui alla gente di Curon fu imposto di scegliere tra l’esodo verso il Terzo Reich o una permanenza carica di incognite e di umiliazioni inflitte dagli italiani. Bisognò scegliere tra Hitler e Mussolini, insomma, e non pochi preferirono tornare nell’alveo germanico, considerando che fino alla prima guerra mondiale il Sudtirolo era territorio dell’impero austro-ungarico.

Di fronte all’acqua o alla violenza, la gente va via. Non Trina, però. Non questa madre caparbia e pugnace che, da giovane maestrina, insegnava il tedesco clandestinamente nei granai, sfidando le camicie nere del duce che arrestano e mandano al confino la sua migliore amica. Resto qui è una storia di frontiere geografiche e sentimentali, di montanari piegati dalla fatica, ma fieri, orgogliosi, un po’ spavaldi come Erich, il marito della protagonista, e Michael, il primogenito della coppia, che diventerà un nazista... Tra le vette dolomitiche si avverte un’eco di «uno scandalo che dura da diecimila anni» (Elsa Morante, La storia), e c’è il desiderio - inevitabilmente destinato alla sconfitta - di sottrarsi al secolo per consegnarsi alla natura. Una natura imprevedibile e tuttavia avvolgente persino nei suoi aspetti ostili, quando la coppia si dà alla macchia nei ghiacci per evitare la rappresaglia nazista, di cui Michael è complice. «Volevo solo che rifacesse giorno. Quando la luce tornava mi smemoravo in un momento di quel buio doloroso e guardandomi in giro sognavo a occhi aperti. Ero una giovane sposa salita sulle montagne per amore del marito avventuriero. Ero una guerrigliera che i tedeschi temevano. Una maestra che aveva messo in salvo i suoi bambini».

Ma il pensiero, l’ombra, la sofferenza per la perdita di Marica non lasceranno mai Trina ed Erich, il quale non ha più visto neppure sua sorella.
«Davvero vorresti rivederla?».
«Sì, per chiederle perché».
«Solo questo vorresti chiederle?».
«Sì, Trina. Solo questo».
Solo questo. In tre movimenti essenziali che scandiscono il corso del tempo e corrispondono ad altrettanti capitoli («Gli anni», «Fuggire», «L’acqua»), il romanzo del quarantenne milanese Balzano torna a evocare assenze e derive dopo L’ultimo arrivato, storia di un piccolo emigrante meridionale nell’Italia degli anni Cinquanta (premio Campiello 2015). Resto qui riserva un nitore linguistico che balena in frasi brevi, taglienti e struggenti, talora straniere finanche a se stesse, come càpita lungo i confini e in particolare «lassù», dove due mondi e due lingue si scontrano sulla pelle di una comunità inerme. Cosa resta? Forse l’ossessione di non dimenticare. «Fuori c’erano grappoli di stelle che a guardarle mi facevano perdere nel pensiero che niente fosse vero... Poi (Erich) mi prese la mano e andammo. Non ricordavo più quando mi aveva preso l’ultima volta la mano. Mi sentivo molle e leggera... Avevo voglia di baciarlo, lì in mezzo al bosco».

Le stelle e il bosco, mano nella mano. E la forza del racconto: un riscatto dei luoghi del cuore nel cuore dei luoghi.

Recensione pubblicata sulla "Gazzetta del Mezzogiorno" del 20 marzo 2018

Marco Balzano, con Resto qui (Einaudi) è uno dei 12 candidati al Premio Strega 2018 scelti tra le 41 opere segnalate: la dozzina in corsa è stata annunciata oggi a Roma. La cinquina sarà votata alla Fondazione Bellonci il 13 giugno. Il vincitore il 5 luglio al Ninfeo di Villa Giulia, a Roma. Oltre a Balzano, sono: Carlo Carabba, Come un giovane uomo (Marsilio); Carlo D’Amicis, Il gioco (Mondadori); Silvia Ferreri, La madre di Eva (NEO Edizioni); Helena Janeczek, La ragazza con la Leica (Guanda); Lia Levi, Questa sera è già domani (Edizioni E/O); Elvis Malaj, Dal tuo terrazzo si vede casa mia (Racconti Edizioni); Francesca Melandri, Sangue giusto (Rizzoli); Angela Nanetti, Il figlio prediletto (Neri Pozza); Sandra Petrignani, La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg (Neri Pozza); Andrea Pomella, Anni luce (ADD Editore); Yari Selvetella, Le stanze dell’addio (Bompiani).

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