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Incredibile ma vero: «Io e te non dividiamo lo stesso bagno perchè tu sei nero»

Sarà capitato a tutti di essere vittima di discriminazioni per una ragione o un’altra, ma nessuno può arrogarsi il diritto di decidere ciò che è giusto per noi se non noi stessi

L'eco dell'ambiente

Federica Marangio

Federica Marangio

Uno spazio per stimolare la conversazione con i cittadini sull'eco dell’ambiente nella nostra salute. Commenti e opinioni a federicamarangio@gmail.com

"Io e te non dividiamo lo stesso bagno perchè tu sei nero"

«Se ci sei anche tu in questa casa non ti faccio usare il bagno». E lo ha serrato per impedirne l’accesso.

Il coinquilino ha quindi dovuto farne a meno, ma come si può pensare di privarsi del bagno per tante ore con questo sole cocente? C’è violenza in questo gesto. C’è rabbia, c’è ignoranza. E tutti questi tasselli negativi se li assegna l’italiano. In due hanno affittato una stanza all’interno dello stesso alloggio e devono dividere i servizi sanitari, ma uno, di nazionalità italiana, prevarica sull’altro.

Dalle parole però quando l’arroganza la fa da padrona è un attimo e il più giovane tra i due, sempre l’italiano, è passato ai fatti. Ha chiuso a chiave il bagno portandosi via le chiavi, impedendo come si diceva l’accesso al coinquilino.

Questa situazione si è ripetuta tre volte. In tutti e tre i casi a nulla è valso interpellare la padrona di casa riferendo l’accaduto. Il prepotente non ha neppure nascosto le sue colpe neanche fosse normale “maltrattare” psicologicamente il coinquilino perché di colore. Noi ne preserviamo l’anonimato, ma, ai fini della storia, lo chiameremo Ahmed. Non ha avuto pelli sulla lingua per offenderlo. L’aspetto più grave è che Ahmed, in Italia da 14 anni, necessitava di utilizzare il bagno per poter fare una doccia prima di recarsi a lavoro.

Invece, per l’accanimento bastardo ha perso tre giornate di un lavoro guadagnato mostrando impegno e costanza. Ha provato vergogna per l’accaduto e non ha detto nulla al suo datore di lavoro. A Lecce affittare una camera è una chimera se non si scende a qualche compromesso. Dall’umidità alla sporcizia, alle condizioni da nonnismo. Ahmed ha dovuto patire tutto questo forse per il colore della sua pelle, nonostante questo virus stia dimostrando senza esitazione che siamo tutti uguali. E non serviva certo il virus.

Un dramma difficile da estirpare quello del razzismo e che dobbiamo combattere con tutte le nostre forze perché non solo siamo tutti uguali, ma meritiamo uguale rispetto. Il caso di Ahmed è uno dei tanti. La sua dignità è da esempio dinanzi al proliferare di tracotanti ragazzi cresciuti avendo tutto dalle loro famiglie.

Ahmed, da 14 anni in Italia, ha perso la sorella di 36 anni in Senegal e a causa del virus non ha potuto neppure salutarla. Non torna a casa da un po’ di anni e sta lavorando duramente per sistemare il suo passaporto e portare la sua fidanzata italiana in Africa perché i suoi genitori possano conoscerla. Ahmed ha così tanta dignità che ha tenuto per sé tutto questo dolore.

A raccontare la sua storia la sua fidanzata, vittima in passato di angheria e violenza, non solo verbale. A due anime belle che si sono incontrate e lottano per l’amore, si augura sempre il meglio perché il razzismo è un male più grave e lacerante del Covid-19. A volte malcelato sotto altre vesti, quando l’invidia e il fastidio per chi avvertiamo inconsapevolmente migliore di noi, sono sotto i nostri occhi e la cui vista si fa per noi insopportabile.

Sarà capitato a tutti di essere vittima di discriminazioni per una ragione o un’altra, ma nessuno può arrogarsi il diritto di decidere ciò che è giusto per noi se non noi stessi.  

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