In un recente pezzo (7 marzo) comparso sul New York Times e firmato da Jennifer Schuester, si afferma che oltre un migliaio di iniziative culturali (1477 per l’esattezza) sovvenzionate dal National Endowment for the Humanities, sono state cancellate dal governo Trump. Ne sono sopravissute solo quarantadue.
Ho appreso la notizia in prima battuta da un articolo di Joseph Horowitz pubblicato su Arts Journal, nel quale il noto musicologo americano lamentava la soppressione di Music Unwound, iniziativa che lo stesso Horowitz ha diretto dal 2010 fino all’improvvisa recentissima chiusura, che – lui riferisce nell’articolo – è stata motivata formalmente da ragioni economiche e di «buona amministrazione».
In America la musica e la cultura non si reggono interamente su fondi pubblici, e senza contribuzioni private e sponsor quasi tutte le istituzioni scomparirebbero in un batter d’occhio. Ma i fondi statali e le sovvenzioni sono necessari persino in un paese come gli Stati Uniti, nel quale il sistema fiscale premia (assai più che da noi) i finanziamenti privati alle orchestre e ai teatri.
Senonché dall’articolo di Schuester emergebbe un dato inquietante, e cioè che i criteri per decidere il destino delle istituzioni finanziate siano stati stabiliti dall’intelligenza artificiale, e sulla base di parametri impostati da alcuni giovani agenti della DOGE (acronimo che sta per Department of Government Efficiency), istituito da Trump e guidato da Elon Musk, con lo scopo di «ottimizzare» la spesa pubblica snellendo i costi dello stato. I giovani agenti federali (che pare non abbiano specifica esperienza nell’ambito della cultura), hanno consultato ChatGpt chiedendogli quali delle iniziative in corso fossero impostate sul DEI (Diversity, Equity, Inculsion) – ennesimo acronimo (gli americani, si sa, ne vanno matti) – e cioè quel sistema di valori che informa, non solo negli US ma nel mondo occidentale, molte politiche gestionali legate al mondo del lavoro e della scuola, finalizzato ad abbattere discriminazioni ed esclusioni, che è invece divenuto un chiaro bersaglio delle politiche di Trump. Joseph Horowitz, che fra le menti pensanti americane legate alla musica è personalità forte, indipendente, intelligente, colta e laica (e, paradossalmente, spesso in conflitto e in contrasto proprio con le espressioni più radicali della cultura «woke»), lamenta la brutalità dei criteri DOGE che, per esempio, hanno condannato un festival dedicato a Charles Ives, il «padre» della musica a stelle e strisce, forse perché nella musica di Ives ci sarebbero anche riferimenti all’eroismo del leggendario reggimento della guerra civile nera del colonnello Robert Gould Shaw.
Ma la produzione di Ives (compositore tutt’altro che progressista nelle sue scelte esistenziali e in molti aspetti della sua vita) è una sorta di Big Bang dell’intera musica americana, e ci si trova tutto e il contrario di tutto. Più in generale, senza il contributo della cultura afroamericana, la musica di quel continente sarebbe oggi molto diversa, e più povera. Curioso e brutale contrappasso agli eccessi, talvolta insopportabili, della cultura Woke, l’atteggiamento attuale sembra caratterizzato da altrettanta incultura e assenza di senso critico. Pare che, stando all’articolo di Schuester, l’American Council of Learned Societies stia collaborando a una causa, sostenendo che DOGE ha preso illegalmente il controllo della cultura e ha inflitto tagli violando sia il Primo Emendamento che una clausola costituzionale. Vedremo cosa accadrà, ma certo – negli USA e non solo – mala tempora currunt.
















