H o letto da poco un breve ro- manzo di Larry McMurtry, Cavallo Pazzo (Einaudi). È un libro curioso, che probabilmente non sarebbe stato tradotto e pubblicato da noi se, da qualche tempo, il tema dei nativi americani non fosse tornato in auge. Si tratta, in effetti, di un volume del 1999, dunque non recentissimo, e a dirla tutta non è nemmeno un ro- manzo. È il tentativo, affascinante nell’approccio stilistico ma anche un po’ effimero per la estrema povertà di dati, di ricostruire la vita di un un guerriero Oglala Lakota, che per la maggior parte della sua esistenza non ha lasciato quasi traccia di sé, e del quale non esiste nemmeno una fo- tografia. Cavallo Pazzo, o meglio Crazy Horse, fu uno degli eroi della storica battaglia di Little Big Horne, nella quale il settimo cavalleggeri del generale Cu- ster fu annientato dai Sioux (che, ap- punto, comprendono i Lakota, come i Dakota e i Nakota). E morì, il 6 set- tembre del 1877, cioè poco più di un anno dopo (Little Big Horne si com- batté il 25 giugno del 1876). Nulla è certo, nelle vicende bio- grafiche di Cavallo Pazzo, a differenza di altri grandi capi indiani, come Toro Seduto o Geronimo, che hanno lasciato documenti e testimonianze. Però, a dispetto della evanescenza della bio- grafia, in sua memoria si sta edi- ficando il più imponente monumento della storia americana. Pensate, molto più grande del Mount Rushmore, nel quale sono scolpiti i ritratti di alcuni presidenti americani. Anche il Mount Rushmore si trova nella riserva La- kota, a due passi dai luoghi più sacri dei nativi, che dunque lo hanno con- siderato un affronto: vi si celebrano presidenti che gli indiani ritengono usurpatori delle loro terre e dei loro diritti. Così hanno deciso di costruire un monumento a Cavallo Pazzo poco distante. Formidabile per dimensioni, e dunque utopistico, forse irrealiz- zabile nella sua interezza; al momento incompiuto. Come altre grandi opere (anche opere d’arte) americane. Si pensi, che so, a St. John’s the Divine, la enorme chiesa newyorkese perennemente in progress, o – re - stando alle composizioni musicali – alla Concord Sonata di Ives, opera non incompiuta però mai definita nei suoi dettagli, più espressione di potenzialità che realizzazione compiuta di un’idea. Ma, se non avete mai visitato il Crazy Horse Memorial, in South Da- kota, vi siete persi uno spettacolo. Della natura (si tratta di una statua intagliata nella roccia), ma anche della cultura. Perché attorno al monumento si sviluppano alcune meravigliose at- tività che hanno l’obbiettivo di fi- nanziare la sua costruzione. Fra tutte ne vorrei citare una, che mi sta a cuore perché è portata avanti da un direttore d’orchestra illuminato, Delta David Gier, da un’orchestra che – pur periferica rispetto ai grandi centri – fa cultura e musica di altissima qualità, la South Dakota Symphony con cui ho avuto la fortuna di col- laborare spesso, e da un gruppo di musicisti anche nativi (come Emma- nuel Big Bear) che si uniscono all’or - chestra realizzando progetti meravi- gliosi. Il Lakota Music Project, ideato da David Gier, portato avanti con co- raggio e spirito visionario dall’orche - stra, attualmente gestita con piglio e bravura da Jennifer Teisinger, è uno dei più fulgidi esempi di cultura che, senza autoproclamarsi «inclusiva», e da tempi assolutamente non sospetti, inclusiva lo è per davvero. Ed è un esempio di resistenza, un’espressione di quella parte sana, generosa e colta dell’America alla quale affidiamo le nostre speranze. Cavallo Pazzo, insomma, non è stato solo un grande condottiero, visionario, ma è ancora una luce forte che il- lumina un sentiero che guarda al futuro.
Martedì 17 Febbraio 2026, 02:00
Biografia:
Oltre le note: un percorso tra suoni, emozioni e silenzi.
Emanuele Arciuli
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