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Martedì 21 Novembre 2017 | 13:06

«Cari mamma e papà
credetemi non c'entro
con la droga in valigia»

Elisa Salatino, prof dell'Istituto tecnico barese «Marconi» è in carcere da nove mesi

Elisa Salatino

di GIOVANNI LONGO

La grafia è chiara e rotonda. Come quella di una professoressa che corregge i compiti dei propri studenti. Elisa Salatino, però, non è a scuola, nell’istituto tecnico Marconi. Scrive dal carcere femminile «Dame Phillis Frost Center» di Melbourne. È qui che prende carta e penna per spiegare a mamma e papà che lei non c’entra nulla con quella droga trovata in valigia lo scorso febbraio dalla polizia federale australiana, appena arrivata in aeroporto. In quelle due facciate che la «Gazzetta» ha potuto leggere, la professoressa originaria di Fasano già messa a dura prova da una vita che con lei tenera non è stata, riversa ansie e timori di chi è detenuto così lontano da casa, professando la propria innocenza.

Elisa è sola e disperata. «Volevo solo partire, farmi la tanto meritata vacanza dopo un incubo di matrimonio (ed ho accettato questo regalo) ma devo dire che questo è di gran lunga peggiore perché non coinvolge solo per me in prima persona ma anche tutti voi… questa la peggiore condanna», racconta, preoccupandosi prima per la sua famiglia, mettendo se stessa al secondo posto sul podio delle tante preoccupazioni. «Non riesco a capire come sono arrivata fin qui e cosa c’entro io con la droga nella valigia», scrive la prof. «Probabilmente sarete sommersi da tanti dubbi, come tante altre persone, lo so… è difficile per voi, quanto per me credere a questo brutto fattaccio». Elisa, sempre dal suo punto di vista, sgombra subito il campo da equivoci: «Sui giornali parlano di me con una “doppia vita”, ma quale “doppia vita?!”. Ne avevo una, sicuramente con tante difficoltà ma mai e poi mai, dopo tutto quello che ho passato durante il matrimonio avrei optato per una vita del genere». Elisa rivendica «i miei principi, i miei valori, la mia vita» e parla di «sogni spezzati» dopo il suo arresto. «Mi mancate da morire e provo un forte senso di vergogna per tutto quello che si sta dicendo sulla mia persona». Elisa punta il dito contro le «tantissime menzogne sul web, sui giornali che riguardano la mia vita privata» e insiste: «Non c’è nulla da scoprire, nulla da sapere!».

La prof è detenuta in Australia da nove mesi. Suo fratello Giuseppe, i genitori lamentano che le istituzioni si sono dimenticate di lei. Quello di Elisa, indipendentemente dalle sue presunte responsabilità, dovrebbe diventare per loro un caso diplomatico oltre che giudiziario. Anche la Procura di Bari indaga sulla vicenda, ma la situazione sembra in una fase di stallo. I legali italiani che assistono Elisa, gli avvocati Gabriele Contini e Renzo De Leonardis non si risparmiano, ma non è facile capire cosa stia accadendo dall’altra parte del mondo.

«Qui per me è tutto molto difficile - racconta Elisa, offrendo uno spaccato della sua vita in un carcere australiano - nessuno parla l’italiano e per quello che posso e riesco cerco di comunicare in inglese». La prof lavora all’interno del carcere «in una industria», scrive, per guadagnare i soldi necessari a chiamare in Italia. «Sto andando a scuola di inglese per imparare la lingua», aggiunge. «Mi hanno trasferito in una nuova unità - racconta - sempre in questo centro con altre cinque ragazze che ovviamente parlano solo inglese. Ognuno ha la propria stanza, cucina in comune e bagno ogni tre persone». L’unico conforto Elisa è rappresentato dal supporto di una religiosa. «C’è una cappella - racconta ancora ai suoi - e ogni domenica vado a messa. Suor Giovanna che parla un po’ l’italiano mi ha prestato qualche libro in italiano da leggere…».

«Che dirvi - conclude l’insegnante rivolgendosi ancora alla sua famiglia - siete sempre nei miei pensieri e spero che quanto prima si giunga alla verità e che io possa tornare a casa. Vi amo, Elisa».

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