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mania bondage: assalto ai cinema per il fumettone sadomaso

Cinquanta sfumature di rosa
le ragazze pugliesi pazze per il film

Cinquanta sfumature di rosa le ragazze pugliesi pazze per il film

di ALBERTO SELVAGGI

Siete proprio delle arrapate. Non so: non ve lo devo dire forse? Altrimenti quale altra ragione ci sarebbe per accorrere in massa alla proiezione del diarroico sequel Cinquanta sfumature di nero, dopo esservi buscate quelle di grigio?

Già le inviate a Sanremo in sala stampa, dietro le quinte, hanno offerto l’inverecondo spettacolo di un interesse compulsivo per il glande totemico di quel citrone di Francesco Gabbani, 25 centimetri di cantabilità erettile, «il Rocco Siffredi del Festival», snobbando il fascino esistenzialista di un bel ragazzo come il pugliese import-export Ermal Meta. Ma un assalto simile al botteghino, 7,5 milioni nei primi cinque giorni di programmazione del film, un oceano perpetuo di gente mai andata prima magari al cinema ha presentato al mondo finanche le giornaliste come vergini.

Siamo nell’illustre e storico Multicinema Galleria di Bari. C’è un esercito smanioso, incontenibile, che preme allo start degli omini stacca-biglietti, costituito da una massa di vagine e uteri entro la quale pencola qualche misero pene. «Non ho trovato un posto per due giorni di fila - racconta Fausta, look trash emo - ma volevo vedere Cinquanta, tutti lo vedono». «Ho letto i libri della trilogia da cui sono tratti i film, anche se non leggo mai niente, manco a scuola. In questo secondo capitolo mi hanno detto che c’è meno sesso», aggiunge una coeva. Pazienza.

Sono tutte ragazzine, diciamo tra i 18 e i 24 anni, target di questo fenomeno legato ai capolavori (cagate pazzesche) della incolore scrittrice per caso E. L. James, massaia professionista. Ma durante gli appena SEI SPETTACOLI, nelle due sale gremite su sette che al Galleria danno in pasto il film non mancano anche ristretti circoli di «Schife», cioè ricche mogli di mezza età vocate al soddisfacimento primario: disinteresse assoluto per le corna del marito finché garantisce i 900 euro mensili per l’estetista e saltuario utilizzo di ottusi mandingo.

Risolini, occhiatine, anche fra gentili e acculturate donzelle. Gomitatine, battutine, inattesi affondi di oscenità cruda, smanettamenti supersonici sui cellulari con selfie, in attesa del promo-video porno sul web girato con il zito e l’amico di quello.

Sono stato fortunato: incardinato in poltrona, nella fila C, mi sono ritrovato attorniato da una corte di «Ragazzagne», cioè incroci tra giovani femmine e grandi tamarre (zagne, come si dice a Bari). Apoteosi della donna fantasmagorica e bestiale insieme. Principali rappresentanti del fervore antropologico che dà ragione a un film altrimenti inesistente.

Digitano sugli smartphone, stirano nervosamente i pantacollant, mentre sullo schermo spunta la faccia da deficiente del milionario sado-protagonista (il tema della pellicola sarebbe il BDSM, credo), misto fra belloccio e cozzaletto di periferia, Christian Grey. La mia vicina spara il video della nonna che impreca in dialetto (ti amo, sposami!) e sghignazza con le ragazzagne amiche che ululano per il primo sedere ignudo maschile scolpito da Prassitele per la pellicola («muduuu!» «mooo!» vaiii..!» «dagliela!» «perchio!»). Al contempo, mentre si materializzano una dominata rinco e Jack l’antagonista, facebookizzano i loro cine-divertimenti, secondo la capacità eclettica professata dai grandi umanisti.

Non so se il regista James Foley è più scaltro o più inutile. Non so se è migliore o peggiore del predecessore Sam Taylor Johnson nel diluire tra i fotogrammi torride sevizie inanimate e possessioni ridicole. Certo che, raga, questi fanno ‘na pala di soldi mentre noi siamo qui a farci le pippe.

La protagonista, Anastasia Steele, nel film spesso nomata con l’imbarazzante «Ana» (mah…, basta una vocale per sbagliare) è molto carina, pur se inutilmente francese. Comunque, chi se ne frega. Cento sfumature di nero, di grigio, o della tinta che preferite gode un successo travolgente. «È una bellissima storia d’amore che ha aperto delle nuove prospettive per le donne», butta lì la non-femminista Antonella dalla fila D. Ma la sintesi più efficace è firmata da Claudia, l’amica: «Ci piace e basta, è meglio dei film che fanno su Shakespeare». E su questo non vi è nulla da dire.

Il film è fondato sulla non-autorialità, sullo stereotipato, a-qualitativo, dato che l’uguaglianza digitale l’hanno realizzata Berlusconi, Costanzo e la De Filippi, non certamente quegli imbecilli dei comunisti. E possono testimoniarlo anche alcuni arditi maschi ancora verdi, che hanno osato mescolarsi all’orda di oltre tremila femmine che ha espugnato la fortezza del Ciaky, altro tempio del cinema, poco distante dall’aeroporto di Bari-Palese: «Scene da delirio, al botteghino non si capiva più niente». Verificatesi anche a Showville e in tutte le sale delle città pugliesi.

Cinquanta è la quadratura del cerchio fra teleromanzo loffio e sceneggiata erotica insipida. Le ragazzagne, ma pure stimate insegnanti, pensose ricercatrici di niente s’illuminano del coito canino stimolato da bilie vaginali d’argento inserite, ardono del muscolare scolpito di ‘sta capra d’attore nella Stanza Rossa sopra Ana bella. Applaudono al ceffone a Kim Basinger-Elèna, corrutrice BDSM del Christian. Incamerano passivamente il marchio Apple esibito a più riprese nel sequel più orientato sulla romanticheria che sulla perversione di chi infligge e di chi geme. Accondiscendono al cunnilingus mirato all’immaginario femminile, sbirciano il Samsung Galaxy J7 appena acquistato dalla vicina che lo scartoccia maneggiando freneticamente il 6 «vecchio di quasi un anno» al contempo: e capisci pertanto che non è quella la crisi di cui parliamo, che è altro il problema. E mentre ascolti l’ovazione al palestrato alla monta, madido di rugiada del sesso, sai che ciò che accade a Bari avviene in India o in Georgia, ugualmente. Perché, adesso possiamo dirlo: tutto il mondo è paese.

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Commenti all'articolo

  • mimmoloiotine

    25 Marzo 2017 - 04:04

    Leggo, ahimè, commenti miranti unicamente al disfattismo. Come se l'articolo avesse solleticato subdolamente la sensibilità femminile tutta, e questa, alla “tutte per una e una per tutte", detta alla Dumas, si fosse unita ed inquadrata per rispondere all'offesa col proprio grido di battaglia: “sessista”. Nessuna ha invece intravveduto tra le righe di A.Selvaggi lo smarcamento della donna dallo stereotipo tutto maschile che la vuole sommessamente pudica, tutta casa e chiesa. Nessuna, invece, si è sentita finalmente alla pari col maschio, sedicente giudice maschilista, che la vorrebbe sempre "fai come dico io ma non fare come faccio io". Strano a credersi ma questa dovrebbe essere una conquista! Nel tempo in cui viviamo si bada più al controcommento stringato "usa e getta", quale sessista, omofobo, comunista, più che alla attenta analisi. D'altronde questo è anche il tempo di Wikipedia, la cultura effimera, e del non ho tempo da perdere, mentre i topi di biblioteca sono morti da tempo.

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  • mirial

    17 Febbraio 2017 - 04:04

    "Caro" Alberto Selvaggi, nonostante lei si creda un giornalista in ciò che ho letto non c'è nulla di giornalismo ma leggo becero bigottismo e assoluto maschilismo. Non amo questo genere di film ma vorrei tanto sapere se lo stesso guazzabuglio di luoghi comuni e odio vomitato lo scriverebbe anche degli spettatori del porno "tradizionale", quello che vede lei, quello che vedono milioni di "maschi".

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  • Sogno ErEtico

    16 Febbraio 2017 - 17:05

    Mai letto un articolo più schifosamente e miseramente sessista di questo.

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  • Giulia

    16 Febbraio 2017 - 15:03

    Ipocrita questo accanimento per delle ragazze che vanno al cinema a vedere un film, quando i massimi consumatori di pornografia (quella vera e spesso offensiva) mondiale sono uomini. A quelli, caro Alberto, non vai a dire "Eh arrapati, quanti sveltine vi siete fatti?". Sarebbe meglio vivere serenamente la sessualità anzichè trovare colpe inesistenti.

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