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Giovedì 19 Aprile 2018 | 13:38

Fofi 80

Goffredo l'eretico, da Dolci a Totò 

Tu non conosci il Sud

Oscar Iarussi

Oscar Iarussi

Un mondo nel verso di Bodini. Il Sud guardato da un altro verso.

Fofi 80

Tra storia della cultura e passione per la realtà, nel segno di una pugnace Vocazione minoritaria. È il titolo di uno dei tanti libri di Goffredo Fofi, una «intervista sulle minoranze» a cura del giornalista Oreste Pivetta pubblicata da Laterza qualche anno fa. Un racconto ricco di elementi autobiografici: sono gli stralci di un’esperienza più che cinquantennale dapprima come educatore «di frontiera», per esempio in Sicilia con Danilo Dolci, e quindi nella critica o nella organizzazione culturale militante, eppure mai ancillare rispetto a ideologie, partiti, poteri. Fofi è un impolitico che fa politica, per dirla con Simone Weil. Egli si professa un intellettuale dalla parte degli oppressi, degli umili, degli sfruttati nel nome dei quali coltiva l’ostinato diritto al «Non accetto» di uno dei suoi maestri, il pacifista Aldo Capitini.


Nato a Gubbio il 15 aprile 1937, Fofi è soprattutto un nomade per vocazione: umbro di radici contadine e di famiglia operaia emigrata in Francia, cattolico cresciuto a pane e socialismo, ex maestro elementare, traduttore dal francese e dall’inglese, guru amato/odiato dell’esegesi cinematografica, scopritore di talenti come la sua amica Grazia Cherchi (della quale è appena uscita per minimun fax l'antologia Scompartimento per lettori e taciturni). Tutt’ora, a ottant'anni domani 15 aprile (AUGURI!), puoi ritrovartelo ospite non riluttante del dibattito sul film uzbeko in un centro sociale metropolitano o della commemorazione di Rocco Mazzarone, il medico mentore di Scotellaro nell’arcaica Tricarico. Ed è spesso in Puglia, dove, da Bari al Salento, ha schiere di ex allievi di nome (Anton Giulio Mancino, Nicola Lagioia, Alessandro Leogrande, Alessandro e Andrea Piva...).


Fofi ha vissuto animando da sud a nord infinite iniziative sociali e culturali: dalla «Mensa» partenopea per i bambini poveri, a riviste che hanno fatto storia, «Quaderni piacentini», «Ombre rosse», «Linea d’ombra», e, negli ultimi vent'anni, «Lo straniero» chiusa nel 2016. Insomma, il Nostro è un fecondo agit-prop di una rivoluzione mite, di un’utopia fattiva, non domito nella vita quotidiana, sebbene sia marxianamente consapevole dell’attuale primato dell’economia, ovvero dell’epocale sconfitta subìta dal pensiero critico a opera di un capitalismo «globale» perché faustiano, diabolico nel divorare persino se stesso.

«Mi rivolto, dunque siamo», ripete Fofi con Camus, mentre si affratella con pensatori, artisti, uomini d’azione titolari di variegate eresie. Ecco l’ebreo tedesco Günther Anders di L’uomo è antiquato a braccetto col vescovo pugliese Tonino Bello, del quale cita spesso una pagina luminosa sull’ignavia degli intellettuali «latitanti dall’agorà». E ancora, tra gli altri, Nicola Chiaromonte e Ignazio Silone, Fritz Lang e Jean-Luc Godard, Gaetano Salvemini e Anna Maria Ortese, Romano Bilenchi ed Elsa Morante, don Lorenzo Milani e Adriano Olivetti, il cui modello «comunitario» - si duole Fofi - fu sconfitto nel secondo dopoguerra dal modello industriale degli Agnelli (e del PCI).


Tuttavia per Fofi il ventennio postbellico fu un periodo aureo della recente storia italiana, gravido di promesse poi disattese o tradite. Pasolini - ammette - era stato profetico nell’intravvedere l’omologazione popolare causata dalla televisione, ma si sbagliava a considerarla consumata negli anni ’60. «Abbiamo vissuto un breve tratto di relativa felicità e vitalità, di apertura e di speranza. Gli anni tra il 1943 e il ’63 preludevano ad altro, furono belli perché l’Italia era ancora bella, c’era un popolo in cui credere, classi sociali in lotta o per cui lottare».

Da alcuni lustri, invece, l’autore fotografa un Paese caratterizzato dall’«astuzia di aver convinto i poveri ad amare i ricchi, ad idolatrare la ricchezza e la volgarità». Un processo paradossale durante il quale non sono mancate le vittime sacrificali: Aldo Moro (assassinato dalle BR), Enrico Berlinguer (colpito dall’ictus durante un comizio), e il giovane leader rosso-verde Alex Langer (suicida nel 1995). Intanto è tramontato il sentimento della vergogna per le ingiustizie - a cominciare dalla fame - che per Fofi resta il primo movente dell’uomo in rivolta.

Già, i soprusi e la ribellione. In chi confidare perché ancora risuonino i provvidi «no» evangelici o libertari? Nessuna fiducia è riposta nei professionisti/carrieristi dello sdegno in tv. «Gottifredi da Populonia», come lo canzonava il germanista Cesare Cases, non smette di carezzare un sogno contrario al populismo: le «minoranze etiche». Sono le élites «gobettiane», individualità e gruppi capaci di collegarsi tra loro anche grazie al lavorio di Fofi, del suo talento nel «connettere» persone e idee. Magari, conclude, senza dimenticare il monito di Mao Tse-Tung (o era Malraux?) per il quale «in ogni minoranza c’è una maggioranza di imbecilli». Né l'amato Totò cui Fofi ha dedicato numerosi libri e del quale giusto il 15 aprile ricorrono i cinquant'anni dalla morte: «Siamo uomini o caporali?».  

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