Un intreccio a doppio filo tra criminalità organizzata e rapporti privati dietro l’agguato mortale in cui ha perso la vita, sabato sera a Copertino, Stefano Tomeo, 49 anni del posto, di professione operaio saldatore, e già noto alle forze dell’ordine. È questa la pista battuta dagli inquirenti.
L’uomo è stato freddato da un colpo d’arma da fuoco alla nuca esploso da uno sconosciuto in via Bixio, alla periferia del paese, nei pressi del circolo privato The Club. La vittima era appena arrivata, insieme a un amico di 57 anni, a bordo di una Mercedes ML. Il tempo di scendere dall’auto e un uomo gli si è avvicinato, ha sparato tre colpi, due hanno danneggiato il parabrezza dell’auto e un terzo ha centrato Tomeo. Il sicario è fuggito a piedi - è probabile che poco distante lo attendesse qualcuno - l’azione è stata rapida, messa a segno fuori dall’inquadratura delle telecamere esterne del club che quindi hanno immortalato solo la caduta della vittima. Per il resto, delle trenta persone presenti nel circolo, nessuno ha saputo fornire dettagli sull’accaduto né sulla vita del 49enne.
L’amico lo ha caricato in auto, l’ha condotto al vicino ospedale e lì è spirato poco dopo.
Sul posto i carabinieri del Nucleo investigativo del comando provinciale di Lecce, i colleghi della tenenza di Copertino e il magistrato Francesco Ciardo.
Stando alla dinamica del delitto che rafforza le ipotesi, Tomeo doveva morire. Non è da escludere che esecutore materiale e mandante dell’agguato siano diversi.
L’operaio, secondo quanto emerso dall’attività d’indagine passata e attuale, era attivo negli ambienti malavitosi ma manteneva un profilo basso, i suoi affari però si erano allargati in un contesto, quello copertinese, in cui storicamente è impossibile parlare di famiglie egemoni poiché si presenta più come un’enclave a sé. Un tempo terreno di contesa tra clan Tornese e Coluccia, era ormai considerato in pax mafiosa per tenere lontani il più possibile i riflettori della giustizia. In sintesi: ognuno può prendersi la sua fetta d’affari, collaborare, senza pagare il punto pur di garantire introiti a tutti, per evitare guerre di mala.
E allora perché uccidere? Perché oltre alle presunte mire espansionistiche nel settore degli stupefacenti, stando alle indagini, è probabile che vi fossero vecchi rancori tra la vittima e un qualche compagno di ventura, con cui avrebbe condiviso carcere e affari un tempo, per poi arrivare a una pesante rottura. Questioni di affetti. Si scava infatti sulla relazione tra una ex della vittima e un volto noto, uscito di galera da qualche tempo, dopo Tomeo. Da questa commistione di interessi e sgarri, al livore e alla “giurata” (in gergo) di farla pagare al nemico. Da una parte o dall’altra. Era questione di tempo. A perdere la vita è stato Tomeo.
Il 49enne si muoveva da solo, mostrava una vita tranquilla, era un bersaglio più facile da colpire, rispetto ad altri personaggi soliti muoversi con guardaspalle e amici.
Una sorta di legge del più forte che, se può venire meno sullo scacchiere della suddivisione di affari e canali di approvvigionamento di danari, vale ancora per lavare onte di natura personale e più profonda.












