Sabato 28 Marzo 2026 | 15:09

Omicidio di San Marzano, due condanne a 24 anni: c'è anche il figlio della vittima. «Uccise il padre per errore»

Omicidio di San Marzano, due condanne a 24 anni: c'è anche il figlio della vittima. «Uccise il padre per errore»

Omicidio di San Marzano, due condanne a 24 anni: c'è anche il figlio della vittima. «Uccise il padre per errore»

 
ALESSANDRA CANNETIELLO

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ALESSANDRA CANNETIELLO

Omicidio di San Marzano, due condanne a 24 anni: c'è anche il figlio della vittima. «Uccise il padre per errore»

Angelo D’Angela e Massimiliano Papari ritenuti responsabili della morte dell’agricoltore 59enne Antonio D’Angela l’8 dicembre 2023.

Sabato 28 Marzo 2026, 12:54

È di 24 anni e 3 mesi la condanna inflitte al 30enne Angelo D’Angela e al 43enne Massimiliano Papari dalla Corte d’assise di Taranto al termine del primo grado di giudizio per la morte dell’agricoltore 59enne Antonio D’Angela avvenuto a San Marzano l’8 dicembre 2023. I giudici, togati e popolari, hanno sostanzialmente accolto la richiesta formulata dal pm Salvatore Colella al termine della sua requisitoria.

I due uomini (assistiti dagli avvocati Biagio Leuzzi e Donata Anna Perrone) sono attualmente in carcere per l’omicidio del padre del 30enne che quel giorno, secondo l’accusa, aprì il fuoco colpendo il genitore per errore. Decisiva nel processo e nel corso delle indagini, la testimonianza di Cosimo Damiano Lonoce che nel corso, richiamata in discussione dal pm Colella (che ha ereditato il fascicolo di indagini dal sostituto procuratore Francesco Ciardo). Nella sua requisitoria, infatti, il rappresentante dell’accusa aveva definito la testimonianza di Lonoce «nitida, granitica e dettagliata», oltre che uno degli elementi chiave delle indagini. L’uomo non solo aveva riconosciuto il modello di pistola utilizzato prima che l’arma venisse fatta ritrovare agli inquirenti, ma aveva raccontato che in quei momenti concitati il 30enne aveva estratto l’arma mirando nella sua traiettoria, ma colpendo per sbaglio il genitore.

Tra le famiglie Lonoce e D’Angela erano presenti infatti alcuni attriti alimentati dal sospetto che i primi avessero appiccato un incendio al loro fienile alcuni mesi prima. I Lonoce, persone dai trascorsi giudiziari noti a San Marzano, soltanto sei mesi prima avevano minacciato di morte Antonio D’Angela. Per il pm Colella proprio quell’atto incendiario e le minacce ricevute avrebbero fatto da catalizzatori della spedizione che già nel primo pomeriggio era stata preceduta da un diverbio nella «Associazione trainieri».

Quella sera di dicembre, come ricostruito dai carabinieri agli ordini del maggiore Alessandro Torto, i due D’Angela e Papari si sarebbero quindi armati di una pistola, di una roncola e un bastone per fronteggiare i rivali una volta per tutte. A inchiodarli alle loro responsabilità, secondo l’accusa, non soltanto le testimonianze oculari, ma anche le evidenze mediche (come la traiettoria del proiettile e le tracce biologiche del 30enne sull’arma) e le intercettazioni. Come il dialogo captato dagli investigatori tra i due imputati mentre aspettano di essere interrogati, in cui non soltanto i due uomini ammetterebbero di essere stati sulla scena dell’omicidio ma mettendosi addirittura d’accordo sulla versione credibile da fornire alle forze dell’ordine.

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