La famiglia di Lorenzo Miccoli, 20enne militare originario di Taranto, allora di stanza al 28/o Reggimento Pavia, deceduto nel 1995 dopo un ricovero nel reparto di ematologia dell’ospedale di Pesaro, ha presentato un’istanza di archiviazione nel procedimento riaperto dalla Procura 30 anni dopo a seguito di un’istanza di parte offesa. La gip di Pesaro Elena Paci ha fissato per il 30 giugno un’udienza per discutere l’istanza e prendere una decisione che potrebbe essere di archiviare, disposizione indagini suppletive o ordinare l’imputazione coatta.
L’udienza arriva dopo il deposito di nuova documentazione da parte della famiglia e un’interrogazione parlamentare dall’onorevole Marco Pellegrini (M5s) ai ministeri della Giustizia e della Salute. La parte offesa, rappresentata dal padre della vittima, Francesco Miccoli, assistita dall’avvocato, Giulio Murano, chiede al gip di disporre ulteriori accertamenti e un’integrazione delle indagini, anche attraverso l’audizione della genetista forense, Teresa Accetta.
Sotto accusa tutto lo staff medico dell’ospedale pesarese del 1995. Secondo il padre di Miccoli, la morte del figlio, pur avvenuta in un momento precedente, sarebbe «collegabile ai decessi avvenuti tra il 1997 e il 1998 nello stesso reparto» che diedero origine ad un ampio contenzioso giudiziario"; «nove pazienti morirono in circostanze che portarono all’apertura di un’inchiesta per sospetta infezione da epatite B». L’iter giudiziario finì con una condanna in appello annullata nel 2005 dalla Cassazione che escluse colpe legate a malpratica infermieristica ma lasciò aperte ipotesi alternative mai definitivamente chiarite.
«Voglio verità e giustizia e essere risarcito, perché in 31 anni ho speso tutto tra legali e periti. - ha detto all’ANSA il padre della vittima, davanti al tribunale di Pesaro con manifesti e foto di Lorenzo - Mio figlio fu inizialmente ricoverato per anemia, ma il quadro clinico precipitò nel giro di 12 ore fino alla morte. Non morì né di leucemia né di mononucleosi ma dopo un peggioramento improvviso. Ho raccolto nel tempo documentazione medica, referti autoptici e articoli di stampa che metterebbero in discussione le diagnosi dell’epoca. Ho conservato tutto per 31 anni, li ritengo documenti importanti per ricostruire la verità».
















