«Il fatto non sussiste». È stato assolto il 61enne tarantino che era finito ai domiciliari per 7 mesi con l’accusa di aver commesso abusi sessuali ripetuti sulla sua fidanzata affetta da una forma secondaria di Parkinson, arrivando anche a somministrarle di nascosto il farmaco per stordirla e mettere in atto quelle violenze.
A emettere sentenza il giudice Pompeo Carriere, che ha accolto in pieno la tesi dei difensori dell’uomo, gli avvocati Arnaldo Sala e Alessandro Scapati.
Nei confronti dell’imputato la pubblica accusa aveva richiesto, invece, una pena a 6 anni di reclusione. Il 61enne rispondeva di violenza sessuale aggravata dalla minaccia, dalla condizione di fragilità fisica e psichica della donna e dall’aver consumato gli abusi nel corso della loro relazione sentimentale.
La difesa dell’uomo aveva poi chiesto e ottenuto dal giudice la perizia sullo Smartphone del loro assistito: dall’analisi del telefono, per i due avvocati, non solo era emersa una relazione di coppia serena, ma che tra i tue ci fosse una storia ben lontana dall’essere costellata da minacce e ricatti - come quello di diffondere immagini intime rubate - così come cristallizzato in querela dalla vittima.
In una memoria i difensori avevano inoltre evidenziato che in diversi punti il racconto della ex del 61enne fosse incongruente e senza un riferimento temporale preciso o riscontro oggettivo.
L’inchiesta è partita dalla denuncia della donna a luglio 2025: tra gli episodi descritti, atti sessuali pretesi e imposti con l’uso di forza che neanche le convulsioni avrebbero interrotto. Ai poliziotti la vittima aveva inoltre spiegato che dopo aver passato una serata nell’abitazione dell’uomo si era svegliata poi disorientata, con i vestiti in disordine e una sensazione di stordimento molto forte.
Tornata a casa aveva notato che il flacone del suo farmaco era stato aperto.
Secondo la tesi accusatoria, il 61enne aveva offerto una bevanda analcolica miscelata con la medicina usata dalla fidanzata per farle perdere conoscenza e abusare di lei. Ma non è tutto.
Perché dalle carte dell’inchiesta era emerso che in un caso, al diniego della vittima di sottostare a una richiesta sessuale dell’uomo, questi l’avrebbe minacciata puntandole un taglierino con cui l’avrebbe ferita tanto da provocarle, a causa dello spavento, una crisi convulsiva che non l’avrebbe nemmeno fermato dal compiere quelle violenze. Ricostruzione che il giudice Carriere non ha evidentemente ritenuto fondata, decidendo infine di assolvere il 61enne.
















