Un coltello prima e una pistola poi (che in seguito aveva riferito essere un’arma giocattolo) usati al solo fine di terrorizzare la moglie. Violenze psicologiche per anni messe in atto ai danni della coniuge e della loro figlia minorenne costate adesso una condanna a 4 anni di reclusione per un 43enne tarantino. A deciderlo il collegio presieduto da Loredana Galasso che ha poi stabilito che il risarcimento in favore della donna, costituita parte civile attraverso l’avvocato Guglielmo Bocca dovrà essere quantificato in quella sede. A seguito del verdetto il giudice civile che segue la pratica di divorzio, Anna Carbonara, ha confermato la sospensione degli incontri padre e figlia già bloccati dopo una prima consulenza.
L’imputato, difeso dall’avvocato Niccolò Vozza era accusato di maltrattamenti in famiglia aggravati dall’aver commesso il reato nei confronti della figlia minorenne. Abusi che come ricostruito dal pm Marzia Castiglia, sarebbero stati messi in atto con cadenza quasi quotidiana. A cominciare dalle liti che sfociavano in vere e proprie aggressioni fisiche e consistiti in calci, pugni e strattonamenti. Oppure il divieto di lavorare oppure studiare e il veto che l’uomo avrebbe imposto alla donna di avere relazioni sociali con amici e persino familiari. Ma non è tutto. Perché il quadro ricostruito dalla Procura di Taranto racconta di un assoggettamento della coniuge alla volontà del marito. A partire dai rapporti sessuali pretesi e imposti, fino agli insulti quando questa non desiderava il contatto intimo «offendendola, cercando di provocare una sua reazione che sarebbe servita come pretesto per picchiarla» e intimandole di rispondere a lei e alla figlia minore «Si mio padrone».
E poi ancora minacce come quella di ucciderla e di renderle la vita impossibile o che l’avrebbe sfigurata con l’acido, se solo lei avesse osato lasciarlo e andare via di casa con la bambina. Intimidazioni che, come anticipato, in qualche caso erano avvenute anche sotto la minaccia di un’arma. Come quando le avrebbe puntato contro un coltello, oppure una pistola con cui aveva prefigurato che l’avrebbe sparata. Arma che in seguito aveva affermato essere solo giocattolo e possedere per spaventare i randagi. Otto anni di inferno, un incubo cominciato nel 2011 quando la piccola non era ancora nata e durato fino al 2019 quando la minore aveva appena 6 anni di vita.
All’età di circa 2 anni il 43enne l’avrebbe colpita con un calcio nel sedere e poi in altri momenti l’aveva punita chiudendola sola in una stanza buia e dicendole frasi del tipo «hai visto? Per colpa tua io e mamma litighiamo. Perché non sei una brava bambina». Ma anche sminuendola davanti ai suoi compagni di squadra, tanto che la piccola aveva interrotto gli allenamenti allontanandosi dall’attività sportiva. Un calvario che aveva costretto la moglie dell’uomo a finire diverse volte in pronto soccorso e infine a decidere di scappare da quell’inferno con la loro bambina.
















