La spada di Damocle dei “Boc” sulla giunta Bitetti. A 10 mesi dall’ultima udienza in Corte d’Appello e ad oltre 21 anni dal via libera al provvedimento da parte del Consiglio comunale di Taranto, il futuro del Municipio è ancora legato al maxi prestito obbligazionario da 250 milioni di euro sulla cui legittimità deve ancora pronunciarsi, in via definitiva, la magistratura.
L’ULTIMA TAPPA Lo scorso 24 settembre, nella sede della Corte di Appello di Lecce, in realtà, si è tenuta un’udienza sul controverso caso ma in maniera virtuale ovvero con la cosiddetta trattazione scritta. In estrema sintesi, i legali delle parti in causa (Andrea Sticchi Damiani per Palazzo di Città) hanno inviato al giudice ulteriori note integrative. A questo punto, salvo ulteriori imprevisti, non ci dovrebbero essere altri confronti in aula, ma si dovrebbe attendere solo la notifica della sentenza. Quando? Impossibile (e sconsigliabile del resto) fare previsioni.
IL SINDACO Il primo, naturalmente, ad aspettare il pronunciamento della magistratura è Piero Bitetti. L’esito, qualunque esso sia, non lo lascerà di certo indifferente, visto che toccherà poi a lui e al suo esecutivo gestirne le conseguenze (positive o negative che siano).
LA STORIA IN PILLOLE Si è giunti ormai ad oltre ventuno anni dall’approvazione da parte della massima assise cittadina (sindaco Rossana Di Bello, assessore al Bilancio, Michele Tucci, alleato di Bitetti alle ultime Amministrative) di un prestito obbligazionario da 250 milioni di euro, sottoscritto con un istituto di credito poi, nel tempo, assorbito da Banca Intesa. All’epoca, il Comune acquistò questi buoni ordinari comunali (Boc) per raggiungere due obiettivi: estinguere una serie di mutui accesi, in passato, con Cassa depositi e prestiti (142 milioni di euro) e realizzare alcune opere pubbliche nelle aree periferiche della città (108 milioni).
LA SUPREMA CORTE Per la cronaca, dopo i primi due round giudiziari favorevoli al Municipio, nel 2019, la Cassazione rinviò tutto alla Corte di Appello affinché si pronunciasse definitivamente sulla complessa vicenda. In particolare, dopo aver accertato nei primi due gradi sia la nullità del contratto sottoscritto con la banca che quello con la società che aveva svolto il ruolo di consulente (advisor), spetterà ora ad una nuova sentenza stabilire definitivamente se il Comune di Taranto dovrà restituire o meno i soldi incassati. E se, inoltre, bisognerà includere nel calcolo anche gli interessi maturati (ipotesi più remota).
IL «TESORETTO» In realtà, il Municipio spera di non dover restituire proprio nulla all’istituto di credito e questo, peraltro, potrebbe avvenire solo se la Corte confermasse la natura “immorale” del contratto (tesi a lungo sostenuta da Mario Pazzaglia, presidente dell’ormai disciolto Organismo straordinario di liquidazione e dall’avvocato Angelo Bracciodieta che difese l’Amministrazione comunale nei primi due gradi). Sarebbe questa, inutile sottolinearlo ulteriormente, la prospettiva migliore per l’Amministrazione comunale, anche perché le consentirebbe di utilizzare un “tesoretto” che attualmente si aggira intorno ai 45 milioni di euro, prudenzialmente accantonati da Palazzo di Città (con Ezio Stefàno erano 64 poi si sono progressivamente e parzialmente ridotti).
L’IPOTESI PEGGIORE In caso contrario, invece, il Comune di Taranto rischia di restituire una cifra che oscilla tra i 197 e i 230 milioni di euro (non considerando le rate del prestito regolarmente pagate tra il 2004 e il 2006). E questa, ovviamente, sarebbe l’opzione peggiore. Che, per evitare un default tecnico o se si preferisce un dissesto bis, potrebbe suggerire al Comune di Taranto di intraprendere la strada del predissesto ovvero una sorta di dissesto pilotato con un piano di riequilibrio pluriennale. Il bilancio del Municipio non ha difficoltà strutturali, sia chiaro, ma se dovesse davvero restituire la sorte capitale del prestito si troverebbe ad avere un unico (grande) creditore che, paradossalmente, esiste ancora a dissesto ormai chiuso. Per questo, in caso negativo, la via che conduce al predissesto potrebbe essere presa in considerazione anche se impegnerebbe le casse comunali per vent’anni e per almeno 10 milioni di euro all’anno. Cifra che, però, potrebbe comunque ridursi utilizzando il “tesoretto” accantonato.
IL GOVERNO Per legge, in Italia, un ente locale non può accendere un mutuo se non per finanziare un’opera pubblica. Per essere ancora più chiari, il Comune non può chiedere un prestito per pagare un altro prestito (i Boc). Ma, considerata l’eccezionalità del caso-Taranto, il Consiglio dei ministri potrebbe pensare ad una “leggina” che autorizzi questa procedura. Che, peraltro, consentirebbe di rateizzare l’importo del debito in 30 o 50 anni, in modo da alleggerire gli impatti sul bilancio comunale.
















