il bilancio

Tra Mittal e Taranto un anno di delusioni

Mimmo Mazza

«Nulla sarà come prima per l'acciaio made in Taranto e poco sarà come era stato annunciato. In pochi lo avrebbero detto 12 mesi fa»

Non sono stati 12 mesi di amore perché l'amore non è mai sbocciato e forse mai poteva, viste le difficili premesse. Ma fino al 6 giugno scorso il rapporto tra ArcelorMittal stava crescendo di giorno in giorno, scandito dal motto della multinazionale dell'acciaio.

Vision, mission, value, ovvero la visione, la missione e quel valore da ridare all'acciaieria di Taranto dopo la gestione della famiglia Riva (1995-2013), interrottasi bruscamente per mano giudiziaria, e l'interregno commissariale. Certo, dal mercato arrivavano segnali contrastanti. Certo, l'opera da compiere nel quotidiano (interventi per garantire la sicurezza sul lavoro e ripristinare la manutenzione ordinaria degli impianti) si palesava col passare del tempo più improba e costosa del preventivato. Ma la squadra messa assieme da Matthieu Jehl lavorava imperturbabile, perfino con entusiasmo, non sottraendosi a rispondere anche alle domande più scomode.

Il 6 giugno è cambiato tutto. La lettera inviata alle organizzazioni sindacali per chiedere la cassa integrazione a rotazione per i suoi 8.200 dipendenti, prevedendone un utilizzo al giorno per 1.400 unità per la durata minima di 13 settimane, ha rappresentato il punto di svolta, quasi l'inizio della fine di un percorso imboccato appena sette mesi prima. Non che la richiesta non fosse giustificata dalla congiuntura (e dal fatto che non c'era più lo Stato a far fronte alle decine di milioni di euro al mese persi dalla gestione commissariale) ma una azienda che si è impegnata a far fronte agli interventi previsti per rispettare il piano industriale e ambientale, investendo 2,4 miliardi di euro, non poteva – non può tutt'oggi – rifugiarsi nel corner della cassa integrazione per risparmiare circa 4 milioni di euro al mese: sono soldi, per carità, ma nulla di paragonabile a uno sforzo finanziario a cui vanno (o forse andavano, vista la china presa) aggiunti 1,8 miliardi da versare per l'acquisto del complesso aziendale ex Ilva.

La cassa integrazione – decisa nel quartiere generale di Londra, distinto e distante dagli umori italiani e tarantini – ha dissolto il consenso che in fabbrica si stava creando per i nuovi padroni e ha iniziato un declino accentuatosi il 10 luglio, quando un’improvvisa tempesta di vento ha fatto finire in acqua la gru del porto sulla quale c'era Mimmo Massaro, ritrovato senza vita alcuni giorni dopo. Il ricorso alla Cigo, il gruista morto, le polemiche violentissime sullo sciopero a oltranza indetto dai sindacati e sui premi concessi all'azienda a chi andò comunque a lavorare, hanno portato ArcelorMittal Italia ai giorni nostri nei quali è cambiato il capo azienda (la dura Lucia Morselli al posto di monsieur Matthieu Jehl), è stato scelto un nuovo capo del personale (Arturo Ferrucci per Annalisa Pasquini), è mutato il quadro normativo (con il venire meno dell'immunità) ed economico (le previsioni del mercato dell'acciaio sono pessime), sta per variare sia il piano industriale (con annessa riduzione del personale) e, infine, vengono poste le basi per impugnare il contratto di acquisto dell'ex Ilva perché in casa Mittal si sono resi conto di aver messo troppi soldi sul piatto.

Nulla sarà come prima per l'acciaio made in Taranto e poco sarà come era stato annunciato. In pochi lo avrebbero detto 12 mesi fa quando gli slogan rassicuranti e l'annuncio di magnifiche sorti e progressive a suon di miliardi di euro facevano ombra ai dubbi di chi, conoscendo a fondo il dossier, soprattutto nei suoi addentellati con la città e con il clima che si era creato dentro e fuori la fabbrica, predicava prudenza.

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