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Mittal: a Taranto esposto in Procura contro emissioni

Raccolte oltre 6mila firme contro le emissioni considerate nocive e cancerogene

Ex Ilva, sindacati: anomalie su assunzioni e esuberi

Un esposto con oltre 6mila firme per denunciare le emissioni «nocive e cancerogene» dello stabilimento siderurgico ArcelorMittal (ex Ilva) di Taranto è stato presentato questa mattina da un gruppo di cittadini negli uffici della Procura della Repubblica.
Foto e video che fanno parte del dossier, al quale è allegata anche documentazione ufficiale del ministero dell’Ambiente, secondo gli ambientalisti attestano chiaramente «le emissioni non convogliate che si verificano durante il giorno e la notte dagli impianti del siderurgico tarantino. Emissioni nocive e cancerogene provenienti dalle cokerie, dagli altiforni, dalle acciaierie e da altri impianti, gli stessi già sequestrati dalla Magistratura nel 2012, che violano l’art.674 del Codice penale - Getto pericoloso di cose». Il materiale è stato raccolto da novembre scorso.

L’esposto, lanciato con il motto "Con il veleno nel sangue e il cuore in mano», nasce da un’idea dell’ambientalista Luciano Manna ed è stata condivisa da Angelo Di Ponzio, papà di Giorgio, morto a 15 anni per un sarcoma dei tessuti molli, da associazioni e singoli cittadini. Duemila firme sono state raccolte con moduli cartacei distribuiti in città, le altre tramite la petizione on line sul sito Tarantolibera.it.
«Per noi - ha sottolineato Manna - non esiste l’immunità penale posta in un decreto che è anticostituzionale. Con queste firme e questa documentazione chiediamo alla procura della Repubblica che indaghi la gestione di ArcelorMittal da novembre ad oggi per getto pericoloso di cose. La violazione dei diritti dei cittadini di Taranto è reale così come lo sono patologie e ai decessi».

INCONTRO AZIENDA SINDACATI: NESSUNA INTESA - È terminato senza il raggiungimento di alcuna intesa il nuovo incontro tra azienda e sindacati sulla Cassa integrazione ordinaria annunciata da ArcelorMittal per 1395 lavoratori dello stabilimento di Taranto a partire dall’1 luglio e per 13 settimane, salvo proroghe. La riunione è stata aggiornata proprio al primo luglio, essendo le parti ancora distanti.
Le organizzazioni sindacali hanno chiesto ulteriori chiarimenti, anche alla luce delle perplessità manifestate ieri a Taranto dal ministro dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio in merito alla questione della Cassa integrazione. I sindacati ora auspicano la convocazione di un incontro da parte del Mise. Intanto, a quanto si apprende dalle stesse organizzazioni sindacali, l’azienda si è detta pronta ad attivare ugualmente la procedura per il ricorso agli ammortizzatori sociali.

«Restano tutti i nostri dubbi sulla procedura della cassa integrazione ordinaria chiesta per 1.395 addetti a Taranto da ArcelorMittal. Per questo ci siamo aggiornati a lunedì prossimo». Lo sottolinea Biagio Prisciano, segretario generale aggiungo della Fim Cisl Taranto Brindisi, dopo l’incontro di oggi a Taranto in merito alla decisione annunciata dall’azienda sul ricorso agli ammortizzatori sociali.

«Non ci sottraiamo al confronto, ma se parti per un confronto devi avere tutte le condizioni chiare e le riserve sciolte - sostiene Prisciano - questo non c'è ancora. Ecco perché abbiamo diversi dubbi sul ricorso alla cassa integrazione a Taranto e solo l’intervento del ministro Di Maio e del Mise può scioglierlo. Di Maio, oltretutto, si è impegnato, ieri, a convocare il tavolo con ArcelorMittal, perché anche lui vuole chiarimenti sul perché si ricorra alla cassa integrazione». La Fim si aspetta «che questa convocazione ci sia - conclude Prisciano - perché quello è il passaggio che eventualmente potrà chiarire i nostri dubbi. Non ci stiamo per niente ad applicare la cassa integrazione a scatola chiusa. E quindi il passaggio al Mise ci serve per capire che fine fa il piano ambientale, che succede del piano industriale».

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