Domenica 30 Novembre 2025 | 07:04

Dalla contabilità alla logistica: ecco «il ruolo chiave delle donne» nel clan Strisciuglio

Dalla contabilità alla logistica: ecco «il ruolo chiave delle donne» nel clan Strisciuglio

 
Nicole Cascione

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Nicole Cascione

Dalla contabilità alla logistica: ecco «il ruolo chiave delle donne» nel clan Strisciuglio

Carte sugli Strisciuglio: a loro affidate gestione del pizzo e le cupe della droga

Domenica 30 Novembre 2025, 06:00

Ci sono tre donne tra i 28 indagati nell’inchiesta “Lockdown”, operazione antimafia che ha colpito il clan Strisciuglio nel quartiere San Paolo. Quattro anni di accertamenti, da settembre 2019 a maggio 2023, sfociati con l’esecuzione di 13 misure cautelari, richieste dalla Direzione distrettuale antimafia ed emesse dal gip del Tribunale di Bari. Gli indagati, tra cui 9 già detenuti, sono accusati a vario titolo di associazione mafiosa finalizzata al traffico di droga, estorsioni, porto e detenzione di armi clandestine e da guerra.

Tra i nomi più rilevanti emergono quelli delle donne, collocate dagli investigatori in ruoli apicali. Antonella Piazza, classe ‘93, compagna di Donato Telegrafo, oggi collaboratore di giustizia, stando alle indagini aveva il compito di gestire e distribuire i proventi delle estorsioni recuperati da Marco Latrofa per i detenuti e le loro famiglie. Nell’ordinanza si sottolinea il suo ruolo chiave: «Dalle numerose intercettazioni telefoniche, si evince il suo comportamento attivo e cosciente, in stretta collaborazione con Latrofa Marco e Telegrafo Donato, nel sostenere le attività dell’associazione mafiosa». Le estorsioni, che variavano dai 5mila ai 50mila euro, colpivano non solo commercianti e imprenditori edili, ma anche famiglie criminali rivali. Parte dei proventi era destinata al sostentamento dei detenuti e al pagamento delle spese legali, un sistema pensato per evitare che i sodali collaborassero con la giustizia.

Telegrafo e Latrofa erano gli uomini di fiducia di Alessandro Ruta, detto “u russ”, referente del clan sul quartiere. Latrofa, in particolare, recuperava i proventi delle estorsioni, come emerge dai dialoghi intercettati: «Per eludere le intercettazioni, tutti i sodali, nel riferirsi all’erogazione di somme in loro favore (gli stipendi) utilizzano il termine “nonna”, per dissimulare l’indicazione del soggetto erogante, che è chiaramente Latrofa Marco. In pressoché tutte le intercettazioni in cui si discute di versamento degli stipendi, infatti, si rappresenta che la “nonna ha riscosso”, la “nonna ha dato...”».

Accanto a Piazza, spicca Graziana Pellegrino, 34 anni, compagna di Latrofa. Secondo gli inquirenti, la donna fungeva da canale di comunicazione tra i vertici del clan, permettendo il dialogo tra le famiglie anche durante le detenzioni dei membri principali. Tra le donne indagate figura anche Federica Tanzi, 26 anni, compagna del 33enne Marco Atzori. La coppia erano le «custodi» delle cosiddette “cupe”, depositi di droga e armi nascosti destinati a rifornire i pusher del quartiere. Atzori gestiva la distribuzione delle dosi e la contabilità dei guadagni illeciti, coadiuvata da Tanzi, con funzioni di supporto alla logistica e alla gestione dei proventi.

L’inchiesta trae origine da una telefonata al 112, nel settembre 2019, in cui una voce anonima denunciava il clima oppressivo nel San Paolo: «Qui non ce la facciamo più». Quella chiamata, definita dagli investigatori «un grido di dolore», ha innescato un’indagine che ha evidenziato come, durante il lockdown, il clan continuasse a organizzare estorsioni, spedizioni punitive, pestaggi e sparatorie sotto i portici delle case popolari. Al vertice c’era Alessandro Ruta che, nonostante fosse detenuto, manteneva il controllo delle attività criminali tramite cellulari introdotti illegalmente in carcere. Ogni sera dalle 17.30 alle 18.30 veniva informato, come raccontato da Donato Telegrafo: «Ruta veniva informato telefonicamente ogni sera, con il telefono che aveva in carcere e il telefono che avevamo noi fuori, per dialogare solo con lui, perché voleva essere informato di tutto ciò che succedeva sul quartiere San Paolo».

Nelle carte anche i rituali di affiliazione, documentati su fogli manoscritti. Il “battesimo” dei nuovi membri veniva celebrato di sabato, secondo un preciso rituale mafioso: «Si, perché di camorra si fa di sabato; di giovedì si manda la novità delle persone che devono affiliarsi ed il sabato si fa il battesimo». Gli esponenti dei clan dei quartieri San Paolo e Libertà venivano informati tramite la consegna di “sigarette”, simbolo dell’avvenuta affiliazione. Il quadro emerso dall’inchiesta “Lockdown” conferma come, nonostante le carcerazioni, il clan Strisciuglio riuscisse a mantenere un controllo capillare sul San Paolo, affidandosi anche al ruolo strategico delle donne, fondamentali per la continuità delle attività criminali e per il coordinamento delle famiglie.

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