Giovedì 12 Febbraio 2026 | 16:06

Dal premio di Mattarella al teatro come atto civile, inclusivo e politico: la storia di Gianfranco Berardi e Gabriella Casolari

Dal premio di Mattarella al teatro come atto civile, inclusivo e politico: la storia di Gianfranco Berardi e Gabriella Casolari

 
Redazione Spettacoli

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Dal premio di Mattarella al teatro come atto civile, inclusivo e politico: la storia di Gianfranco Berardi e Gabriella Casolari

L'attore bitontino, non vedente, sarà a Polignano il 13 con «I figli della frettolosa», al Cinema Teatro Vignola. E in questi giorni è in corso il Laboratorio nella Biblioteca di Comunità «Raffaele Chiantera»

Giovedì 12 Febbraio 2026, 08:47

“Ogni volta che ci prepariamo ad andare in scena, lo spettacolo esiste per metà, l’altra parte dobbiamo realizzarla”: così Gianfranco Berardi, attore bitontino, insignito dal capo dello Stato Sergio Mattarella dell’onorificenza di Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica, presenta il laboratorio in corso nella Biblioteca di Comunità “Raffaele Chiantera” di Polignano a Mare in vista dei “I figli della frettolosa”, quarto appuntamento della stagione di prosa, organizzato dall’Amministrazione comunale e da Puglia Culture, in programma al Cinema Teatro Vignola venerdì 13 febbraio (sipario ore 21).

Berardi lavora ormai da diversi anni con Gabriella Casolari e hanno messo su una piccola compagnia. “Abbiamo voluto unire due sogni – racconta Gianfranco - io ho perso la vista a diciotto anni e mezzo e avevo un obiettivo, non fare il centralinista. Uniamo due gusti poetici in un’esperienza di creatività. Ci siamo incontrati nel 2001 in un laboratorio a Sassuolo sulla commedia dell’arte della maschera guidato da Leo De Berardinis. Gabriella era un punto di forza della compagnia. Così abbiamo deciso di seguire una strada poetica che univa il tragico al comico, il colto al popolare”.

Gabriella Casolari viene da un piccolo comune dell’appennino modenese: “In occasione di un laboratorio – spiega l’attrice – il nostro maestro mi disse che sarebbe arrivato un ragazzo pugliese, molto bravo, che non vede e che avrei lavorato con lui. L’impatto non è stato facile, non conoscevo la cecità, mi spaventai un po’ perché era una cosa nuova. Gianfranco rimase un mese con noi, venne a vivere a casa mia, nel nostro primo spettacolo io interpretavo una ceca e lui il mio accompagnatore. Era una fase storica diversa, non c’era un grande interesse per l’inclusione. Poi mi chiese se volessi aiutarlo a realizzare uno spettacolo sul brigantaggio meridionale, abbiamo debuttato con “Briganti” nel 2003 a Reggio Emilia e non ci siamo più fermati”.

Si è così aperta una strada del tutto nuova: “In questi 25 anni tanta fatica, ma anche una grandissima soddisfazione – riprende Berardi – ho la percezione di un cambiamento personale, di un miglioramento rispetto alla parte più selvaggia, un po’arrogante, da adolescente. Nutro un grande amore per il teatro come arte magica che cambia il mondo se le persone hanno voglia di farlo, sebbene sia molto faticoso. Ti mette in relazione con l’essere umano, con i vizi, le debolezze, ma anche la generosità, persone cui devi fare famiglia o squadra. Dopo l’onorificenza del presidente Mattarella, del tutto inaspettata, spero che altri artisti affermino l’aspetto civile e sociale del teatro come lavoro intrinseco e che molte più persone nel settore politico e istituzionale capiscano che non è solo intrattenimento, c’è sempre qualcosa di invisibile, un lavoro costante che giova alla società”.

La comune esperienza incrocia le differenze: “In paese fecero venire degli attori – commenta Gabriella - rimasi folgorata nel vederli in scena. Pensavo che il teatro fosse una cosa antica e noiosa, poi ho deciso di frequentare la scuola, non avrei mai immaginato di arrivare a questo punto. Io vengo da una famiglia contadina, lui operaia. Siamo nomadi e quella che sembrava una debolezza, la distanza, è diventata una ricchezza, unire il nord al sud, fonte di arricchimento reciproco attraverso le diversità”.

A Polignano a Mare, come altrove, lo spettacolo porta anche in scena attori non professionisti. “Facciamo una chiamata pubblica – spiega Gabriella – guardiamo i loro curriculum, ci raccontano le loro esperienze, anche quelle più strane di chi ha fatto il chierichetto o ama fare i biscotti. Lavoriamo con loro per una settimana, cinque ore al giorno compreso il giorno dello spettacolo. Ci affiancano alcuni giovani attori. Bisogna studiare a casa le parti. Diventano protagonisti, raccontano storie loro, pretendiamo molto da noi e da loro. Alla fine, dopo tanta fatica, sentiamo che ce l’abbiamo fatta, che si è compiuto un piccolo miracolo. Quando uno viene e non ha voglia, lo invitiamo a tornare a casa”.

“E’ il modo migliore per imparare insegnando – conclude Gianfranco Berardi – anche per noi è una palestra, ci sforziamo al massimo. Nel nostro caso le barriere non sono nascoste ma scavalcate per cui chi non vede striscia, chi non sente si guarda intorno, chi è down ha i suoi tempi, chi è più piccolo passa sotto le sbarre. Dopo aver vinto il premio Ubu, abbiamo deciso di partire da noi, da cosa non mi piace più del mondo che mi circonda, cosa non vorrei e vorrei vedere. E’ una domanda universale. Siamo un popolo smarrito, accecato, che va avanti a testa bassa. Se Achille avesse saputo di avere un tallone debole avrebbe combattuto così? E allora concentriamoci sul tallone di Achille, non sulla forza, partiamo dall’osservazione di noi stessi. La Regione Puglia ci ha affidato un progetto di welfare culturale, offrendoci la possibilità di lavorare in giro. Così ci siamo allargati ad altre forme di disabilità per coinvolgere più gente, partendo dalle piazze, dai luoghi in cui la gente vive. E’ un lavoro più faticoso perché bisogna essere pronti a tutto, ma i risultati sono davvero importanti”.

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