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Guerra

Il governatore di Luhansk spiega la resa:«Ci ritiriamo solo per salvare vite umane»

Il governatore di Luhansk spiega la resa:«Ci ritiriamo solo per salvare vite umane»

Serhiy Haidai racconta il fronte più caldo. Il dilemma di Severodonetsk

01 Luglio 2022

Dorella Cianci

Siamo nella guerra di Narciso, che sta autorivelandosi e autorispecchiandosi nelle contraddizioni, nelle inefficienze e nella rottura di vecchi schemi, con nuove frontiere, spesso pericolose. Come ha segnalato l’Ispi, al momento abbiamo due guerre fredde in fieri, che speriamo non diventino mai davvero calde: 1) Stati Uniti e Russia, enfatizzati dalla guerra in Ucraina; 2) Cina e Stati Uniti (con alleati al seguito). Il vero dato impressionante? La paralisi dell’Onu rispetto agli accordi negoziali.

E intanto l’altro giorno a Kremenchuk, nella regione di Poltava, sulle rive del fiume Dnipro, nell’Ucraina centrale, oltre mille persone stavano facendo acquisti all'interno dell’Amstor, proprio a 300 metri dalla stazione ferroviaria, quando due missili russi lo hanno centrato, provocando almeno 18 morti e oltre 50 feriti, di cui 6 in condizioni gravi. «Nella direzione di Donetsk, l’esercito russo, con il supporto dell'artiglieria, sta cercando di bloccare Lysychansk da sud; Sta utilizzando aerei d’assalto per colpire attorno a Lysychansk», scrive su Facebook lo Stato Maggiore Generale delle Forze Armate dell’Ucraina.

Siamo riusciti, sia pur con notevoli difficoltà, a fare il punto con il governatore di Luhansk, Serhiy Haidai, per ora in una postazione segreta della regione.

La caduta di Severodonetsk, sabato, è avvenuta dopo che la strategica cittadina - con una popolazione pre-bellica di 100 mila abitanti - ha subito settimane di devastanti bombardamenti. La battaglia è culminata con la decisione dell’Ucraina di ritirarsi dopo i combattimenti strada per strada, nella zona industriale, dove i soldati di Kiev peraltro avevano resistito per settimane nell'impianto chimico “Azot”, insieme a centinaia di civili. Che situazione c’è al momento?

«Domenica su Al Jazeera ho raccontato, quasi in diretta, che le truppe ucraine hanno deciso volontariamente di ritirarsi da Severodonetsk, perché tutte le strutture difensive erano state bombardate e distrutte. Sia il nostro presidente che il ministro hanno compreso la scelta. Certo, potevamo resistere ancora giorni con massacrante tenacia, forse ipoteticamente anche ribaltare quella situazione con l’arrivo dei nuovi aiuti militari previsti, ma abbiamo scelto una strada diversa, proprio per risparmiare tante giovani vite, che hanno combattuto per lunghissime settimane, senza alcuna possibilità di darsi il cambio. Non credo che la situazione vissuta sia facilmente raccontabile. Ora la battaglia si è spostata da Severodonetsk alla sua città gemella di Lysychansk, attraverso il fiume Seversky-Donets: quella è l’unica città di Luhansk ancora in mano ucraina».

La Russia ha intensificato notevolmente i suoi attacchi, facendo partire anche dalla Bielorussia missili a lungo raggio, che hanno messo in pericolo anche la vostra capitale…

«La situazione è troppo dura, anche perché il Cremlino sta usando missili decisamente costosi e potenti, come il Kalibr, il Tochka, l’Onyx. Da un punto di vista militare, i nostri soldati sono stati molto professionali, ma a Severodonestk è accaduto qualcosa che un giorno si studierà sui libri di storia, così come a Mariupol. Anche il Pentagono è stato informato sulla condizione della nostra zona e sul perché abbiamo scelto di fermarci in quel punto. Ovviamente se la Russia dovesse prendere Lysychansk, controllerebbe l’intera Luhansk. Certo, terremo Lysychansk il più a lungo possibile, pur perseguendo la stessa linea: a troppe morti, corrisponderebbe una ulteriore resa dei soldati nel Donbass. È una scelta umana inequivocabile, responsabile, anche se altrettanto drammatica».

Perché percepiamo l’Ucraina, sempre più, come un «turning point»? Quest’espressione, forse abusata, non vuole apparire semplicistica, ma solo descrivere un’impressione condivisa da molti analisti e da molti di noi, che sono stati testimoni. Può aiutarci a comprendere?

«L’impressione non mi pare semplicistica: descrive i punti caldi della tempesta perfetta. Quali? Fame, ricatto alimentare, strategie geopolitiche sulle materie prime…Inoltre, rispetto agli anni della guerra fredda, la situazione è estremamente variabile nelle alleanze, che, per alcuni interlocutori, sono un fatto di convenienze del momento, un fatto commerciale. So bene che la guerra spesso è un affare mondiale, ma per chi la vede da vicino, politici locali, soldati, giornalisti, medici, infermieri, è un fatto di sangue, di morte, di perdite impressionanti».

Vale la pena?

«No. Ma la domanda non è questa. La domanda è: salvare la propria terra, e la propria storia, vale la pena? Sì».

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