punti di vista
Vecchi conflitti e nuovi scenari ma dove finiremo?
Lo scenario mediorientale è infatti un districarsi di vecchi conflitti, rinnovo di promesse di guerra e di nuovi assetti strategici, realtà tutta in fieri, che ormai inghiottirà molti altri Stati
Ci sono tre concetti – incontro, confronto e scontro – cui dover fare riferimento per comprendere lo scenario attuale nel Medio Oriente e sperare che l'osservazione di quanto accade, serva a propendere per il primo dei concetti: l’incontro.
Lo scenario mediorientale è infatti un districarsi di vecchi conflitti, rinnovo di promesse di guerra e di nuovi assetti strategici, realtà tutta in fieri, che ormai inghiottirà molti altri Stati rispetto a quelli soliti che abbiamo conosciuto in questi mesi e in questi ultimi tre anni. Innanzitutto c'è da chiarire che gli USA si sono assunti la responsabilità di trascinare l'Europa in una antica lotta, tutta interna ed esclusiva al mondo mussulmano (e questo lascia emergere il terzo concetto, cioè lo scontro). Questa lotta, di secoli, ora sta mostrando il suo esito peggiore, quello proprio di un conflitto generalizzato, senza confini e delimitazioni certi. L’Iran, il Libano, la stessa Siria, o quel che ne resta, sono paesi sciiti e gli attacchi vengono recepiti, in realtà, come un assalto del mondo sunnita in alleanza strumentale, attualmente, con il nemico di sempre, cioè Israele, e con quella che si prospetta essere oggi l’occasione più propizia per poter distruggere un nemico ben peggiore di Israele, cioè gli Sciiti iraniani.
Tale chance da non perdere si chiama: USA. Da ricordare al lettore che il 31 luglio 2024, il dirigente di Hamas (organizzazione terroristica sunnita, acronimo per Movimento Islamico di Resistenza, e parola araba che significa zspirito combattente», «zelo») Ismail Haniyeh, un maniaco omicida alla stregua di Yahya Sinwar, l’ideatore degli attacchi del 7 ottobre, si era rifugiato proprio a Teheran, sperando in un aiuto di Khamenei, e così potersi salvare dall’inferno di Gaza e dalla caccia che il Mossad gli aveva sferrato per catturarlo.
Sebbene sembrasse assurdo, ciò significava però l’isolamento di Hamas da tutto il mondo sunnita che comprende oltre ad Arabia Saudita, gli Stati del Golfo, tranne il Bahrein che rimane a maggioranza sciita.
Fatto sta che proprio in un esilio considerato «sicuro», Hanyieh ha trovato la sua fine saltando in aria su una bomba, piazzata proprio sotto il suo sedere da chi in realtà aveva pensato bene di soprassedere al grande odio con Israele, optando per un odio ben più profondo, atavico: l’odio contro i sunniti.
Così tutto un conflitto che si trascina da 1400 anni fra mussulmani sunniti e sciiti rischierà di destabilizzare non il mondo arabo-musulmano moderato (lasciando svilire il secondo concetto, cioè il confronto, con cui abbiamo iniziato questa riflessione), ma esattamente il mondo europeo. O ciò che ne resta. Mondo traballante nella sua economia monetaria, finta, forma di usura legalizzata che subiamo dal 1999.
Bisogna tenere presente che anche il conflitto degli anni Ottanta fra Iran e Iraq fu in realtà un surrogato di qualcos’altro, proprio un regolamento di conti per quella ferita, probabilmente insanabile, all’interno del mondo mussulmano fra Sunniti e Sciiti.
Se non si comprende questa situazione è difficile, se non impossibile, compenetrarsi nella fase storica attuale. La eventualità dell’incontro, infatti, primo dei concetti esposti, avviene fra le fedi o fra dimensioni di una stessa fede, non fra regimi che sono infine o teocrazie o para-teocrazie, cioè dittature politiche tout court, oppure Paesi solo apparentemente democratici, in realtà ancora profondamente antisemiti e violentemente partecipi alla distruzione del mondo mussulmano sciita, come la Turchia di Erdogan, che è a sua volta, però, un paese della Nato.
In tutto questo guazzabuglio di amici e di nemici che si trasformano, vicendevolmente impersonando ruoli di opportunità da lucrare senza scrupoli (i Sauditi, sunniti per eccellenza, con il Principe Salman sono stati i veri tessitori e artefici di questa guerra contro l'Iran), c’è da considerare anche una popolazione ancora senza Stato, che non è rappresentata solo dai Palestinesi, ma anche dai Curdi. Quest’ultima popolazione è stata coinvolta da Trump, con una certa disinvoltura, agghiacciante, nuova fase della sua attuale attività di ideazione, successiva a quella del Nobel per la pace, quale eventuale esercito sul campo (i popoli non sono «eserciti» da utilizzare e muovere su una mappa immaginaria), un esercito che a seguito dei bombardamenti – ben 4000 bombe sinora sganciate solo da Israele in tre giorni, – dovrebbe invadere l’Iran, come fosse una terra di nessuno o come, mutatis mutandis, fossimo in una guerra mondiale a tutti gli effetti, e non a pezzi. Ci si chiede a questo punto se fra pochi mesi o settimane, la Cina non potrebbe anche manifestare la scellerata esigenza di invadere Taiwan per regolare situazioni in sospeso. Ci si potrebbe opporre? Certamente sì secondo la dottrina dell'ipocrisia internazionale in vigore da Obama in poi, ma a quel punto il Giappone insorgerebbe, dando luogo a una estensione del conflitto anche in Estremo Oriente.
Se giungessimo a questo traguardo triste, in cui anche il confronto è stato in realtà tradotto come via verso lo scontro, e tutto questo paradossalmente sbandierato per ottenere la pace!, riattivando odi atavici e lasciando a lato la consapevolezza dell'incontro, lo scenario mondiale sarebbe compatto da un punto di vista bellico. Tutti o quasi verrebbero a confrontarsi e poi a scontrarsi, preferendo una guerra generalizzata a un dialogo di pace che si costruisce conoscendosi, perciò incontrandosi, perciò parlando senza rilanciare sfide come fossimo a una roulette o a un tavolo di poker. Ma il poker, sappiamo, è gioco americano che ravvolge la suggestione di Trump nel suo fantasmagorico processo di ideazione che vorrebbe Gaza immenso casinò, con bordello a seguito. In assenza di un incontro che non strumentalizzi il fine della pace, andando a consolidare assetti territoriali nuovi o a regolare contese secolari, si sta portando avanti una politica internazionale, ormai da tre anni, politica che anche da parte della UE risulta inerte e meschina, schiacciata da subdoli interessi, una politica che ha trasformato un antico adagio nel suo opposto: si vis bellum, para pacem. Eppure già nella sua definizione nota (si vis pacem, para bellum) era un proverbio abbastanza ripugnante. Adesso ha raggiunto la sua forma più autonoma e più efficace per i vari ipocriti sulla scena del comando internazionale… E in tutto questo dove sono finiti Zelensky e Putin? Anche loro a continuare la guerra, desiderando di costruire la pace.